Il filo del presente: il teatro tra memoria e realtà

Il 22 e 23 luglio 2019 al Centro Teatrale Santacristina si svolte due giornate di studio Il filo del presente: il teatro tra memoria e realtà a cura di Giovanni Agosti e Oliviero Ponte di Pino.

La giornata del 22 luglio è stata dedicata agli archivi dello spettacolo italiani e stranieri, punto di partenza per innescare la riflessione il volume Luca Ronconi Prove di autobiografia, edito da Feltrinelli e curato dallo stesso Agosti a partire da un’intervista di Maria Grazia Gregori e rinvenuta tra i materiali conservati nell’Archivio di Luca Ronconi. Lo sguardo si è poi allargato sugli archivi italiani, teatrali e non, e sull’importanza della loro azione di custodia e testimonianza del passato, grazie agli interventi di Maria Ida Biggi sulla Fondazione Giorgio Cini, di Anna Lisa Cavazzuti responsabile degli Archivi Storici Mondadori, di Anna Peyron del Centro studi del Teatro Stabile di Torino, di Rossella Santolamazza sul fondo archivistico ronconiano, di Sabrina Mingarelli che si è concentrata sul valore degli Archivi di Stato italiani per lo spettacolo. Successivamente il dibattito si è postato oltre il piano nazionale, grazie agli interventi di Emmanuel Barbeau, della Théâtrothèque Gaston Baty de La Sorbona di Parigi che ospita incontri, convegni, conferenze e di Francesca Romana Rietti, degli archivi dell’Odin Teatret, che attraversa decenni di storia della compagnia e del suo lavoro.

Archivi come memoria, dunque, e al contempo, come sua rivivificazione, nel caso dei riallestimenti degli spettacoli ricordati dagli interventi di Mario Martone (il suo Tango Glaciale Reloaded 1982-2018), Margherita Palli e Peter Exacoustos, che hanno riflettuto sulla riproducibilità del teatro, con tutte le sue implicazioni in termini sia teoriche sia pratiche.    

La seconda giornata, il 23 luglio, si è concentrata sulla drammaturgia contemporanea e sul complesso rapporto tra realtà e teatro, con attenzione dunque alla dimensione civile e politica, per indagare il processo creativo che porta alla realizzazione di uno spettacolo attraverso le modalità, i linguaggi e i dispositivi (le inchieste, le interviste, la psicoanalisi, l’autobiografia), utilizzati nella sua costruzione.

A Graziano Graziani e a Oliviero Ponte di Pino il compito di coordinare la prima tavola rotonda in programma, per dialogare insieme a Andrew Bovell, Lisa Ferlazzo Natoli, Gérard Watkins, Elena Serra e Fausto Cabra su universi rappresentativi ed effetti di realtà nel loro modo di abitare la scena.Bovell, autore australiano di fama internazionale che in Italia abbiamo conosciuto recentemente anche grazie al prezioso scouting di Lisa Ferlazzo Natoli che ha diretto il suo romanzo When the Rain Stops Falling, si è addentratonel suo mestiere di drammaturgo, tornando indietro alla fine degli anni Ottanta, quando, ventenne, l’esperienza di scrittura partecipativa al Workers Theatre di Melbourne segna per sempre il suo modo di intendere il teatro. È da quella esperienza che l’autore dichiara di aver capito che il suo ruolo come uomo di teatro doveva essere politico, “una continua messa in discussione dello status quo attraverso la creazione di narrazioni mitiche della realtà”. È nelle piccole storie dei personaggi che Bovell ritrae nel suo When the Rain Stops Falling, nelle loro azioni minime, nei loro quasi impercettibili gesti che entra la Storia dei grandi eventi, quella con la “S” maiuscola, aggiunge la Natoli, fornendo poi l’assist a Gérard Watkins che profila un metodo di creazione molto simile a quello dello stesso Bovell, muovendosi da un grande processo di ricerca collettivo per trovare l’origine globale del tema scelto. Per Scene di violenza coniugale, che ha debuttato lo scorso maggio a Roma con la regia di Elena Serra, grazie a una produzione congiunta di Teatro di Dioniso e PAV-Fabulamundi, di cui il drammaturgo francese è autore selezionato, Watkins racconta di essere partito da un lavoro preliminare di dialogo e confronto con persone che in modi diversi avevano avuto esperienza di violenza sulle donne. “Una volta raccolto tutto il materiale - spiega Watkins - si riparte da zero, lasciando che siano gli attori a inventare storie fittizie dai dati reali registrati, attraversando ed abitando il tema della violenza sulle donne con i loro corpi. Ri-agire la memoria, dunque, attraverso un processo di invenzione costante. In questo modo - conclude l’autore - costruiamo la trama e mettiamo a confronto la nostra storie con le storie raccolte. Il teatro diventa così uno strumento per reinventare la realtà e per riscrivere la tragedia inevitabile del reale”. Si ricollega al processo fittizio di Watkins, Elena Serra, quando afferma: “La mia prima reazione per provare a inserire l’azione all’interno del testo, è stata quella di togliersi dal palcoscenico per trovare uno spazio altro. Da qui è nata l’idea di una dimensione domestica in cui ambientare lo spettacolo”.

Alla memoria intesa come rimedio contro la dissipazione e l’entropia del tempo, si rifanno gli interventi di Fausto Cabra, attore bresciano che, riferendosi alla sua recente regia de La Storia di Elsa Morante, denuncia l’overdose di narrazioni a cui siamo esposti e il rischio di perdita d’identità, se non si opera una necessaria selezione dei ricordi e degli eventi. E Nicola Borghesi, attore, regista e drammaturgo, fondatore della compagnia Kepler-452 che sottolinea la commozione per gli archivi perché ingaggiano un’incessante lotta contro la morte. Il regista come l’archivista si prende in carico una materia inerte e prova a farla durare. E tornando alla genesi creativa dello spettacolo Il giardino dei ciliegi, Borghesi spiega: “Con Kepler-452 partiamo dalle biografie dei non-professionisti, ce le andiamo a cercare. Ci concediamo del tempo non previsto e poi torniamo in sala prove”. Allo scavo e alle trame sottostanti il tessuto della realtà ritorna anche Daria Deflorian quando affronta le modalità di composizione dei suoi spettacoli insieme all’inseparabile Antonio Tagliarini. “Cerchiamo un’immagine che sia fuori controllo, qualcosa che vada al di là della nostra stessa vita singola. Cercare di allenare sempre la presenza, far impazzire la biografia, lavorare sul presente ma non sull’attualità piuttosto su un’inattualità consapevole. Il nostro anelito è quello di un teatro-totale, un teatro in cui far accadere qualcosa”.Jacopo Gassmann cita Mayorga quando dice "lo spettacolo si compie nella memoria dello spettatore", mentre per Carmelo Rifici il ritorno ai classici è un’occasione per interrogarsi sul perché sono passato, che cos’è che li rende passato. Al teatro documentario e ai dispositivi teatrali che usano gli effetti di realtà per portare il pubblico al centro della propria azione, ci conduce l’intervento di Helgard Haug, regista e autrice dei Rimini Protokoll. “Quando abbiamo iniziato 20 anni fa, volevamo spalancare le porte del teatro per far entrare la realtà. Era una necessità per noi. Ci chiedevamo “Quali spettatori ci stiamo perdendo perché non siamo in grado di rappresentarli?”. Per i Rimini Protokoll, infatti, fare teatro documentario non significa soltanto presentare i fatti così come sono ma anche e soprattutto ascoltare le voci delle persone reali che raccontano di loro. “Il pubblico a cui ci rivolgiamo – chiosa la Haug - è l’attore dei nostri spettacoli. E in quanto tale, non può restarsene solo seduto a guardare. Deve agire, accettando il rischio di mettersi nella vita degli altri”.

Le conclusioni sono state affidate a Goffredo Fofi, che ha allargato lo sguardo da una prospettiva teatrale ad altre discipline quali cinema letteratura e musica, concentrandosi sull’esperienza di spettatore.

 

 

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