Europa riconosciuta

di:   Mattia Verazi
Musica:   Antonio Salieri

Personaggi - Interpreti:
Europa - Diana Damrau
Asterio - Genia Kuhmeier
Figlio di Asterio e di Europa - Alessandro Ruggiero

Maestro direttore e concertatore:   Riccardo Muti
Maestro del coro:   Bruno Casoni
Coreografie:   Heinz Sporli

Primi ballerini étoile:   Alessandra Ferri, Roberto Bolle, il corpo di ballo del Teatro della Scala


Allestimento:   Teatro alla Scala di Milano


Prima rappresentazione
Teatro alla Scala, Milano
7 dicembre 2004

Foto / Bozzetti / Video

Le parole di Luca Ronconi


Io credo che il pubblico si chieda com’è il nuovo palcoscenico della Scala. È esattamente la stessa domanda che ci eravamo posti noi. Quindi, lo faremo vedere tutto. Fin dall’inizio, dalla tempesta con la quale comincia l’opera. […] Questa immensità giova agli spostamenti delle scene di Pier Luigi [Pizzi], che scorrono completamente, da una parte all’altra del palcoscenico, mentre ne sale un’altra dal basso, permettendo una scomposizione e ricomposizione continua di spazi, in un’opera che è piena di cambi di scena che ho rispettato. […] Il palcoscenico non è ancora abbastanza rodato […]. Dallo spettacolo si capirà che abbiamo lavorato in un cantiere […] il protagonista vero della serata sarà il teatro stesso […] in alcune scene ci sono degli specchi che mostrano il retro del palcoscenico. È una scelta voluta: far vedere al pubblico quel che di regola il pubblico non vede, celebrare questo nuovo spazio mostrandolo. […] Non abbiamo rinunciato a nulla. Abbiamo magari adattato qualcosa. Snaturato, niente.
[…] è una drammaturgia barocca?
Direi di no. Non lo è nella musica, perché di grandi arie […] ce ne sono solo quattro e tutto il resto è recitativo e coro. E non lo è nel libretto, che richiama uno spirito già illuminista, con la sua celebrazione dell’amor coniugale. Il neoclassico è dietro l’angolo […] il libretto, con le sue due coppie di innamorati da ricomporre, è deboluccio, di taglio metastasi ano ma senza i versi di Metastasio. […] Anche per questo si è scelto di mettere in scena la circostanza più che l’opera. L’accento non è sull’Europa riconosciuta, ma sull’apertura della Scala. Come, in fin dei conti, avvenne nel 1778. Certo, sono passati due secoli e più, quindi l’approccio sarà leggero, lieve, perfino ironico. […] Intanto, ci sono arie di un tale spericolato virtuosismo che i cantanti hanno già il loro bel daffare. Ma poi io non sono di quei registi che pensano che il grande cantante debba essere anche un grande attore. Tanto più che l’opera non è la prosa, e anche la gestualità, i movimenti, sono completamente diversi. Una certa staticità è normale. Anche se lo spettacolo non è statico: è anzi assai movimentato, ma non è un movimento descrittivo. […] Durante il balletto, torna il barocco, torna il Settecento, torna la convenzione teatrale.
intervista di Alberto Mattioli
«Il Giorno»
7 dicembre 2004

Il vecchio teatro non poteva essere dimenticato: apparirà […]. Alla fine […] dall’alto caleranno le poltrone originali, con i loro velluti un po’ stinti. Sistemate in bell’ordine sul palcoscenico, verranno via via occupate dai coristi, vestiti in abito da sera come il pubblico di fronte a loro. La platea di ieri e quella di oggi. La vecchia Scala e quella nuova specularmente riunite […].
Intervista di Giuseppina Manin
«Corriere della Sera»
4 dicembre 2004

Rassegna Stampa


[…] l’allestimento scenico firmato da Ronconi e […] Pizzi esalta insieme la struttura antica come la tecnologia all’avanguardia del nuovo palcoscenico.
Paolo Berizzi, Andrea Montanari
«La repubblica - Milano»
8 dicembre 2004

Anche la rappresentazione di Ronconi e Pizzi riassume e commemora vari “topoi” spettacolari insigni e amati. Infatti i meccanismi e gli attrezzisti in fondo al palcoscenico sono stati lungamente applauditi al Valle e all’Argentina con Pirandello e Visconti […]. Un altro “topos” illustre – lo specchio in scena per riflettere i palchi e l’utenza – forse era già rinomato quando con Vittorio Gregotti lo impiegammo […] nella “nostra” Carmen […] una quarantina d’anni fa a Bologna. […] E certamente, quando la “curva” è del Piermarini […] l’effetto-specchio è strepitoso e immancabile […]. Però qui funzionano felicemente anche gli ammicchi all’eccellente Viaggio a Reims nella stessa aura ronconiana storica.
Alberto Arbasino
«La repubblica»
14 dicembre 2004

[…] la ritornata coppia Ronconi-Pizzi […] ci diverte lieve e pensosa […] gatto e volpe di uno spettacolo magnifico, moderno e agile, rispettoso e spiritoso. Che sa sorridere persino della polvere, tormentone delle faticose prove.
Carla Moreni
«Il sole 24 ore»
12 dicembre 2004

Ciò che Ronconi, Pizzi e il coreografo Heinz Spoerli hanno ricavato da uno spartito velleitario e sperimentale […] una festa teatrale mirata a celebrare storia e fasti di quello che, da teatro italiano di second’ordine […], diverrà poi per antonomasia il Tempio della Lirica. Una festa che coinvolgeva sala e pubblico, riflessi nel gioco illusionistico degli specchi siti sullo sfondo di un palcoscenico nudo ove si avvicendavano le autocitazioni pizzi-ronconiane, forse intenzionalmente risapute nei loro tratti stilistici peculiari. Quindi scale mobili su cui entravano in scena i personaggi, la prigione di Europa vista come un labirinto di gabbie, il tutto in grigi e neri su cui squillavano i rossi, bianchi e gialli dei costumi e le paillettes della perfida Semele in abito da gran sera.
Giovanni Carli Ballola
«L’espresso»
26 dicembre 2004

[…] nella “nuova” Scala, è andata in scena, con esito trionfale, proprio la Scala. […] lungo l’intero svolgimento dell’opera, la rigenerata sala del Piermarini si è rispecchiata nei vari piani riflettenti che, proprio a tal fine, l’allestimento scenografico impiega. E […] “ripresa in diretta” – trovata in sé un po’ risaputa – ci è parsa fascinosa, fantasmatica, […] pertinente e per nulla retorica. Non così, però, al concludersi dell’opera, quando dall’immenso torrione calano file di poltrone inequivocabilmente scaligere, il coro le occupa mimando l’animazione compiaciuta ed elegante (smoking al maschile e abiti lunghi al femminile) d’ogni inaugurazione, i cantanti sono in primo piano omaggiati da “mascherine” che porgono mazzi di fiori, e tutti (escluse le mascherine) cantano il gran finale. […] Ma in questa materializzarsi scenico di un Sant’Ambrogio alla Scala, l’autocelebrazione tracima, il compiacimento smoda. Comunque, l’autocelebrazione era il fine.
Claudio Tempo
«Il secolo XIX»
8 dicembre 2004

[…] visto che non c’è niente o poco da raccontare tanto vale mostrare come si può raccontare un’opera con tutto a vista, parco lampade compreso, e i macchinisti al lavoro e quelli che aspettano in quinta il momento dell’ingresso in scena. E naturalmente utilizzano in pieno i marchingegni […] nuovi del palcoscenico: ecco la nave che avanza, oscilla, si spacca e affonda; ecco la teoria dei cavalli che entrano, si girano e se ne vanno. Ecco il coro che emerge dal sottosuolo, canta e risprofonda in cantina, risparmiando l’onere della gestione in scena.
Michelangelo Zurletti
«La repubblica»
8 dicembre 2004

[…] i limiti della drammaturgia del testo sembrano suggerire a Ronconi e Pizzi soprattutto scene spettacolari fra loro un po’ isolate: c’è, all’inizio, il vascello che gira su se stesso e poi si spezza in due; ci sono le file di cavalli meccanici che entrano e ruotano, nonché il bellissimo carcere in gabbie di ferro fra loro collegate, che reinterpreta modernamente la celebre immagine di Piranesi. Non manca poi l’esibizione di tutte le nuove tecnologie del palcoscenico, a partire dai ponti mobili, che creano spesso una scena a più piani. E quei cipressi del II atto sembrano proprio una autocitazione dallo storico Orfeo [di Gluck, ndr] fiorentino del 1976. Ci sono però anche molti detriti di altri spettacoli, come le scalette che entrano […] portando in scena i personaggi, e un generale immobilismo, che coinvolge anche il coro […] mentre al suo posto si agitano i soliti mimi.
Scheda a cura di Jacopo Pellegrini
Arrigo Quattrocchi
«Il manifesto»
9 dicembre 2004