Giovedì da Luce


Prima rappresentazione
Teatro alla Scala, Milano
15 marzo 1981

Foto / Bozzetti / Video

Le parole di Luca Ronconi

«Donnerstag» alla Scala


Credo che l’opera debba il suo interesse al fatto di essere una delle pochissime proposte di teatro musicale che non intendano rientrare nell’avanguardia storica. L’idea teatrale è di Stockhausen, io faccio il regista e non ho partecipato o contribuito in nessun modo alla sua elaborazione […], direi che mi sembra una proposta più coerente di altre. È forse la prima volta che un compositore contemporaneo si pone così globalmente la questione di cosa sia il teatro musicale. […] Nel teatro la parte umana è di solito affidata quasi esclusivamente alla voce, qui anche al gesto e al suono [di strumenti sulla scena]. […] Il mio contributo è una mediazione tra l’idea del compositore e una necessità di rappresentazione in un teatro istituzionalizzato come la Scala che indubbiamente non è predisposta per questo tipo di rappresentazioni. È un vero e proprio scontro […]. […] Stockhausen […] per un verso pensa di rappresentare una vicenda […]. Per altro verso pensa a una rappresentazione di tipo orientale […]: si può rappresentare l’opera secondo una delle due immaginazioni di Stockhausen […]. Ora, il tempo che lui ha scelto è estremamente concentrato. […] Si può allora arrivare a un tipo di rappresentazione astratta, e però in un teatro orientale non sarebbe possibile raccontare questa storia – oppure questa storia sarebbe la metafora di qualcos’altro. Invece la storia […] è […] autobiografica. Non resta quindi che far scontrare le due cose e rappresentare tutto realisticamente […]. Si tratta dunque di rappresentare quel che è descritto e credo che la rappresentazione che ne risulterà […] non corrisponderà all’immaginazione di Stockhausen pur essendo la lettera dell’opera che ha scritto.
«Spirali»
Giugno 1981

Rassegna Stampa


Un grande, incondizionato successo ha accolto alla Scala la rappresentazione di Donnerstag (giovedì) di Stockhausen. L’opera, seppure ‘mutilata’ del terzo atto per lo sciopero del coro scaligero, si è imposta per un’esecuzione musicale di altissimo livello e una realizzazione scenicoregistica, dovuta a Gae Aulenti e Luca Ronconi, assolutamente straordinaria. (...) Basandosi sull’elaborazione di formule (che in sé possono essere materiali di limitato interesse), Stockhausen non rinuncia a quelle tendenze a una rigorosa organizzazione totale che è uno dei poli costanti del suo lavoro (affiancata dalle soluzioni irrazionalistico-intuitive); ma rinuncia al radicalismo sperimentale e al ‘purismo’ di un tempo, riscoprendo i piaceri della melodia e dell’eterogeneità stilistica. Tutto si subordina alla comunicazione di un messaggio spirituale che si vale di mezzi ‘teatrali’ assai più diretti, di una scrittura assai più trasparente di quella dei suoi capolavori ‘informali’. Con Donnerstag anche lo spettatore che si senta totalmente estraneo alla macchinosa concezione del libretto viene coinvolto in un lungo rito, in una dimensione temporale lenta e contemplativa che Stockhausen gli impone con una forza di suggestione innegabile, anche se si vale di mezzi talvolta elementari o stilisticamente ibridi.
Paolo Petazzi
«L'Unità»
17 marzo 1981

Giovedì da Luce è un’opera essenzialmente autobiografica. Nel racconto del protagonista Michael (una sorta di novello Parsifal incontaminato), si specchia l’immagine di Stockhausen. La giovinezza, il giro del mondo, e infine la trasfigurazione angelica del giovane, è la storia stessa del compositore. Dall’infanzia, tra la povertà della famiglia (...), alla triplice esperienza di cantore, suonatore di tromba e danzatore, Michael passa prima all’iniziazione erotica e poi artistica, con il superamento delle prove (come il Walter del Tannhäuser). C’è poi la discesa nella terra, in una lunghissima peregrinazione nei vari continenti, e infine il viaggio iniziatico, l’investitura sacrale. Come si vede Stockhausen è l’officiante di una cerimonia religiosa: il suo racconto teatrale si configura come viatico celeste, come mistica contemplazione.
Mario Messinis
«Il Gazzettino»
17 marzo 1981

Sull’adesione del compositore al fatto operistico bisogna naturalmente intendersi. La veneranda tradizione di incarnare in una storia particolare, sul palcoscenico, idee o miti universali non ha su di lui la minima presa; qui non c’è storia, ma ‘tutto accade nell’istante in cui accade’, come egli stesso sostiene; per cui le traumatiche vicende della giovinezza di Michael (la madre impazzita, il padre morto in guerra) si snodano lievi nella triplice rappresentazione, vocale, strumentale e coreografica, assegnata a ogni personaggio. La lievità sconfina spesso nell’inconsistenza: gli interventi registrati del coro di Colonia, diffusi da altoparlanti dislocati circolarmente nella sala, sono poco più di un sordo mormorio, il canto dei protagonisti (...) uno scorrevole declamato: in tutto il primo atto, nella purezza scenografica della Aulenti, nella fantasia spaziale di Ronconi, si impone la tromba di Markus Stockhausen, il figlio del compositore che incarna Michael, il timbro ovattato del corno di bassetto suonato da Suzanne Stephens e soprattutto il rilievo assunto nell’episodio finale dal pianoforte, degno della concretezza di Mantra, suonato dalla Stockhausen figlia Majella. [...] l’allestimento scaligero […] è di una tale bellezza e suggestione da imporsi in ogni caso come un punto di riferimento nella carriera di Stockhausen.
Giorgio Pestelli
«La Stampa»
17 marzo 1981

Luca Ronconi e Gae Aulenti sono riusciti a rispettare alla lettera le esigenze della drammaturgia stockhauseniana, e nel contempo a trarre il miglior partito dal carattere, deliberatamente ‘naïf’, dell’idea teatrale dell’opera. Così le situazioni sono bloccate in ferme immagini iperrealistiche, in un congelamento delle forme e della scena che fa pensare addirittura a Bob Wilson, il portavoce della più radicale avanguardia statunitense. Scene semplici e bellissime, con paesaggi lunghi senza orizzonte, con case di cura agghiaccianti nella loro nitidezza. La notazione simbolica, così, riesce davvero a ipotizzare l’immobilità del tempo o il rotare impassibile della terra. Tutto il secondo atto, infatti, è occupato da un globo che gira senza posa, e che rappresenta le diverse ‘stazioni’ del viaggio di Michael, un Viandante che non sprofonda, come in Schubert, nella notte romantica, ma che è un messaggero celeste.
Mario Messinis
«Il Gazzettino»
cit.

Stockhausen ovvero SuperWagner

[…] la regìa del solito Ronconi, che nelle disgrazie non manca mai, ma qui non si capisce che cosa faccia […].
Piero Buscaroli
«Il Giornale»
17 marzo 1981

Barocchi e profumi

Un imbarazzante Giovedì da luce di Stockhausen alla Scala, con protocolli simbolici fra l’olimpionico e l’accademico, e una vaga alterigia di arianesimo germanico eletto non tanto gradevole, sul quale sarebbe interessante aver l’opinione di Elias Canetti.
Alberto Arbasino
«L'Espresso»
10 novembre 1986

Stockhausen, il diavolo e il paradiso

Non si è mai avvertita la volontà […] di forzare i contenuti dell’opera. Regista e scenografa hanno fatto agire le note e l’invenzione dell’autore senza sovrapporsi al suo lavoro, ma lasciando emergere, attraverso le immagini ed il giuoco scenico, il pensiero del compositore. […] verità scenica indimenticabile. […] Si direbbe […] che Ronconi abbia profondamente capito la necessità essenziale di smaterializzare le immagini, costruendo un magico teatro di ombre ed una regìa di luci, affascinante come un incantesimo.
Duilio Courir
«Corriere della Sera»
5 aprile 1981

Quel portentoso «Giovedì» amputato

[…] certo l’emozione […] che ha colpito […] il foltissimo pubblico non era d’ogni giorno: […] sarà per la regìa di Luca Ronconi che […] pur privilegiando sempre, com’è suo costume, il «contenitore» sul «contenuto» ha rispettato il disegno musicale del compositore […]. Perfetti i «controluce» di tipica marca strehleriana e la «densità» scenica dei pochi oggetti impiegati: una bicicletta, un sole, una lavagna, poche quinte di sipario, una scala, un globo intero.
Giorgio Polacco
«Il Secolo XIX»
17 marzo 1981