L'oro del Reno

Musica:   Richard Wagner

Wotan:   Simon Estes
Donner:   Franz Grundheber
Loge :   Heribert Steinbach
Alberich:   Klaus Kirchner
Mime:   Peter Haage
Fasolt:   Will Roy
Fafner :   Bengt Rundgren
Fricka :   Carol Wyatt
Freia:   Marita Napier
Erda :   Martha Szirmay
Woglinde:   Anna Baldasserini
Wellgunde:   Isabel Gentile
Flosshilde:   Benedetta Pecchioli


Maestro direttore e concertatore:   Zubin Metha

Scene e costumi:   Pierluigi Pizzi

Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino

Allestimento:   Maggio Musicale Fiorentino


Prima rappresentazione
Teatro Comunale (XLII Maggio Musicale Fiorentino), Firenze
23 maggio 1979

Foto / Bozzetti / Video


Rassegna Stampa

“È merito grandissimo del Maggio musicale fiorentino aver ripreso finalmente in mano il disegno di Ronconi e Pizzi sulla ‘Tetralogia’ wagneriana dopo che alla Scala si era arenato nelle secche delle imcomprensioni, delle gelosie e dei dinieghi radicali. Ma sarebbe ingenuo pensare a una ripresa del discorso registico al punto stesso nel quale fu lasciato cadere quattro anni fa. Molte cose sono passate da quell’esordio con l’esempio supremo della Valchiria, l’incontro con Wagner più affascinante e perfetto di tutta la storia del teatro. Sono trascorse le esperienze di Chéreau e Boulez a Bayreuth e altre analoghe in diversi luoghi teatrali, si è svolta l’esperienza decisiva di Norma nel percorso intellettuale ronconiano e senza dubbio non sono avvenuti inutilmente gli esperimenti anche registici di Pizzi. Tutte queste cose si sentono adesso nell’Oro del Reno”.
Duilio Courir
«Corriere della Sera»
25 maggio 1979

“Per Luca Ronconi e Pier Luigi Pizzi questo avvio ha la forza di un primo capitolo scritto a romanzo. Poiché la loro operazione wagneriana risale (...) ai due spettacoli alla Scala (...), e alle conseguenze che quella loro ‘rivoluzione’ nella messa in scena wagneriana mise in moto anche a Bayreuth. Si avverte la forza di un’idea portante, dibattuta e sperimentata, che è approdata ora a una chiarezza di narrazione epica. E dell’epica ha i caratteri: la forza del mito, il dominio atemporale degli spazi, la tensione dello snodarsi di eventi e significati”.
Franca Cella
«Il Mattino»
25 maggio 1979

“Riprendendo il discorso dall’inizio (dopo la Valchiria e il Sigfrido allestiti alla Scala), Ronconi lo dipana e lo illustra gentilmente. Vi ritroviamo tutto ciò che esiste nello sterminato poema visto attraverso il sottile richiamo alla cultura wagneriana, con tutte le sue contraddizioni: la dionisiaca classicità poi teorizzata da Nietzsche e il senso della caduta ereditato sia dal mondo cristiano, sia dal socialismo di Proudhon e di Bakunin; il mito autobiografico del superuomo, destinato a regnare sui regnanti, e la rivoluzionaria certezza che la proprietà è un furto”.
Rubens Tedeschi
«L’Unità»
25 maggio 1979

“La regia di Ronconi, destinata come sempre a far discutere, si è mossa, ben assecondata dalla scena di Pizzi, sul piano di un’interpretazione tutta ideologica dell’opera concepita evidentemente come simbolo dell’origine del capitale, in questo probabilmente agganciandosi all’idea wagneriana della maledizione originaria connaturata all’oro e al furto di Alberico. A conforto di questa interpretazione, Pizzi ha costruito una scena nella quale l’elemento primigenio, il Reno, viene simbolizzato in una grande struttura parabolica rivestita di specchi sulla quale agiscono i personaggi, mentre il Walhalla e le caverne sotterranee dei Nibelunghi sono definiti da strutture verticali in generale di grande suggestione. Più che in altri precedenti lavori, Ronconi ci è sembrato muoversi con grande coerenza e rigore pur con l’uso di macchine sceniche più complicate. Naturalmente, come si diceva, una concezione tutta ideologica dell’opera rischia alla fine di non coglierne tutta la complessità dei significati, privilegiandone uno solo”.
Mario Sperenzi
«Avanti!»
26 maggio 1979

“Basta scavare appena dentro il Rheingold – il discorso sull’intera Tetralogia è più complesso risentendo essa dello svilupparsi in senso reazionario dell’ideologia wagneriana – per trovare, mescolati in un complesso intreccio, due momenti diversi: il mito, una sorta di cosmogonia primitiva all’aurora del creato, ma anche gli elementi della polemica ‘politica’ di un Wagner ancora legato agli aneliti libertari del suo amico Bakunin, dei suoi trascorsi di combattente sulle barricate di Lipsia. Celebrandosi qui insomma non solo il mito primitivo ma anche il processo alla ricchezza come fonte di ogni prepotenza e di ogni alienazione. (...) Il problema registico, certo affascinante, era proprio quello di non perdere il senso di questo messaggio ‘ideologico’ non trascurando però – la tentazione di fare una regia banalmente ‘ideologica’ poteva essere fortissima – lo straordinario poeticissimo spessore del mito. E il problema è stato risolto felicemente da Ronconi anche con l’aiuto determinante delle scene graficamente bellissime firmate, insieme ai costumi, da Pier Luigi Pizzi”.
Gianfilippo De’ Rossi
«L’Ora»
25 maggio 1979

“Tutto lo svolgimento (...) mette in mostra, come già nella Valchiria, una macchineria teatrale raffinatissima, il ricupero e il gusto di far teatro in un clima da favola. È la fantasmagoria della favola, infatti, a segnare il carattere di questo avvenimento registico nel quale Ronconi e Pizzi hanno sentito la necessità di riproporsi con i propri connotati, ma anche quella di far vedere il tempo passato. C’è un impegno a visualizzare il racconto di questi personaggi fra i quali si misurano i primi scontri di forze ma che conservano ancora uno stato di sogno e di ideale tensione prima di trasformarli, negli spettacoli che verranno, in volontà di potenza e in accelerazione dei sentimenti fino alla catastrofe finale, al Götterdämmerung”.
Duilio Courir
«Corriere della Sera»
cit.

“Quest’Oro del Reno, applaudito in modo travolgente dal pubblico fiorentino, non è soltanto uno dei più begli spettacoli di Ronconi-Pizzi, ma il più convincente ingresso nel mondo magico e drammatico degli dèi e degli eroi wagneriani. Sin dall’aprirsi del velario non ci sono dubbi: l’immensa curva rocciosa del letto del Reno si stende sotto l’azzurro trasparente dell’acqua e del cielo; nella luce, riflessa dagli specchi, si stagliano le figurine nude delle ondine che scivolano leggere tra i flutti attorno al picco scintillante dell’oro. È la visione innocente della natura primigenia, vista attraverso la pittura dell’epoca wagneriana”.
Rubens Tedeschi
«L’Unità»
cit.

“Forse però questo mondo che nasce nel nome e nella maledizione dell’oro non è il mondo con la emme maiuscola, piuttosto il mondo (e il mito) della civiltà industriale capitalistica. E la continua commistione tra l’atmosfera estratta dal mito e il simbolo di una parabola politica è la grande invenzione di Ronconi e Pizzi muovendosi sempre dèi, nibelunghi, giganti in luoghi (…) deputati al mito e però sempre messi in crisi dalla presenza costante dell’Ottocento industriale: il mattonato dei capannoni, ma anche il ricordo di un emiciclo parlamentare da cui costringere gli dèi a dire le loro ragioni o un walhalla di pura marca bismarckiana”.
Gianfilippo De’ Rossi
«L’Ora»
cit.

“Lo spettacolo comunque è sempre di alta cifra rappresentativa, anche là dove magari non persuade interamente. Semplicemente, questa volta il regista ha piegato la sua fantasia fin troppo creativa alla necessità di raccontare l’azione così com’è, senza caricarla di soprassensi simbolici, allegorici, socio-politici e attualizzanti. Ha concesso, naturalmente, alquanto alla sua infantile mania dei giocattoli scenici, macchine semoventi, ascensori (nella industre grotta dei Nibelunghi), trabocchetti, nastri scorrenti, ma qualche volta ne ha anche tratto superbo partito, come nella stupenda prima scena”.
Massimo Mila
«La Stampa»
25 maggio 1979

“Questa volta Luca Ronconi ha fatto centro in pieno: la regia dell’Oro del Reno ha saputo evitare i luoghi comuni del Wagner di tradizione, senza purtuttavia estraniare la materia del lavoro, al regista congenialissimo. L’impianto generale è quello caro a Ronconi: le grandi pareti speculari, opache e brunite, le torri a soppalco, con l’aggiunta di una grande fascia che percorre in sezione il palcoscenico, da sinistra a destra, nella prima e nell’ultima scena, a simulare i contorni del Reno e successivamente l’arcobaleno. In questo apparato complesso e laborioso (...) Ronconi ha ottenuto momenti di irripetibile bellezza: come la fosca fucina della terza scena, con la drammatica comparsa dei nani e, nella torva fuliggine del quadro, lo sfacciato trono aureo di Alberich”.
Antonella Ivancich
«Avvenire»
25 maggio 1979

“Diremmo che in questa regia Ronconi ha salvaguardato soprattutto la parte narrativa e fantasmagorica del dramma, senza quegli abbandoni al flusso della musica così emozionanti in Valchiria e Sigfrido, perché è la stessa partitura a richiederlo. Zubin Metha non ha fatto sentire molto né il versante leggendario né quello eroico della musica. Questo direttore ha impresso invece alla partitura un andamento chiaro e cauto realizzando una lettura analitica e obiettiva con qualche bagliore di grandiosità”.
Duilio Courir
«Corriere della Sera»
cit.

“A parte qualche dettaglio solo parzialmente risolto, la realizzazione di Ronconi (...) è stupefacente per il magistero tecnico, per l’invenzione e la bellezza delle immagini ma soprattutto per la miracolosa corrispondenza al senso intimo dell’opera d’arte. Tanto che la realizzazione musicale fatica un po’ a starle accanto riuscendo, sotto la guida di Zubin Metha, più diligente e accurata che veramente ispirata”.
Rubens Tedeschi
«L’Unità»
cit.

“Tutto questo al di sopra delle polemiche che potrebbero e potranno originare le tre ondine nude della prima scena (per la verità piuttosto sfuggenti nella loro nudità)”.
Antonella Ivancich
«Avvenire»
cit.

“Dunque anche il Teatro Comunale non ha saputo resistere alla moda del nostro tempo, avallata da certi uomini che in nome della cultura ritengono di poter usare violenza morale, come in questo caso, a delle giovani creature che han diritto al rispetto della loro personalità non certo avvantaggiata dal consentire che la loro nudità diventi spettacolo”. (Raffaello Torricelli, membro del cda del Teatro Comunale) “Il nudo non è affatto volgare, anzi è piuttosto bello”. (Una studentessa) “Semmai c’è da dire che può essere buffo un nudo che si arrampica sugli specchi, ma nel complesso penso che poteva andare peggio”. (Un’allieva del Conservatorio) “Il nudo non impressionava affatto. C’è forse solo un momento di ostensione deliberata. Ma nel complesso direi che il meccanicismo della scena, in questo caso, ha reso il tutto casto”. (Un magistrato) “Il nudo? Non mi esprimo. Mi sembra un’innovazione, ma non forse l’elemento più positivo della realizzazione scenica”. (Un uomo politico)
dichiarazioni raccolte da Enrico Gatta
«La Nazione»
24 maggio 1979