La clemenza di Tito

Opera seria in due atti

Personaggi - Interpreti:
Tito Vespasiano - Gregory Kunde
Vitellia - Teresa Romano
Servilia - Elena Monti
Publio - Vito Priante

Maestro direttore e concertatore:   Jeffrey Tate
Maestro del coro:   Salvatore Caputo

Scene:   Margherita Palli
Costumi:   Emanuel Ungaro
Luci:   A.J. Weissbard

Orchesta e coro del Teatro San Carlo di Napoli



Prima rappresentazione
Teatro San Carlo, Napoli
27 gennaio 2010

Foto / Bozzetti / Video

Le parole di Luca Ronconi


Si tratta di uno spettacolo concentrato e non di grandi apparati spettacolari, in cui gli stessi costumi firmati da Emanuel Ungaro non hanno niente di eccessivamente pomposo: ci sono i momenti cerimoniali e ci sono le sfilate, ma sono elementi estremamente ridotti, e non predominanti rispetto a quello che già in origine era l’intento dell’ opera, ossia l’augurio a un sovrano di poter esercitare il suo ruolo secondo i canoni e i criteri di una monarchia illuminata. Questo è mantenuto, ma la scenografia, i costumi, la condotta registica dello spettacolo tendono a privilegiare quelli che sono i rapporti intersoggettivi piuttosto che quelli pubblici o politici. È un dramma ‘cortigiano’ che ci piace vedere dall’interno e non dall’esterno, mostrando una corte guardata da chi la abita e non dal popolo che vuole vedere la rappresentazione della maestà. Indubbiamente il proposito del protagonista, Tito, di identificarsi o rappresentarsi come un monarca clemente ha anche una connotazione politica, ma credo che sarebbe sbagliato vedere l’organizzazione della congiura e le ragioni per cui la essa viene ideata soltanto come pretesto per far esercitare la clemenza all’imperatore: mi sembrano essere di maggiore interesse e spessore le ragioni che portano gli altri personaggi a immaginare la cospirazione. La passione amorosa, l’ambizione e lo spirito di vendetta s’intrecciano in modo molto interessante, e quindi è piuttosto su questo che ho cercato di concentrare lo spettacolo.
Intervista di Giulio Baffi
«La Repubblica - Napoli»
20 gennaio 2010

È un’opera difficile perché molto statica, ma non mi è sembrato il caso di aggirare con accorgimenti spettacolari la sua peculiare inerzia drammaturgica.

Rassegna Stampa


Hanno scritto che è un po’ inamidata, poco popolare, priva di quei momenti ridondanti che sempre ammaliano il pubblico. ‘Una porcheria tedesca in lingua italiana’, secondo lo sbrigativo ma regale parere di Maria Luisa di Borbone, moglie dell’imperatore Leopoldo II, per la cui incoronazione nel 1791 l’opera fu commissionata. Ma stavolta è una vera sorpresa. Ci voleva il tocco di classe di un regista come Luca Ronconi per ridare il suo giusto valore alla Clemenza di Tito, il capolavoro mozartiano diretto da Jeffrey Tate e scelto per la festosa e solenne inaugurazione del rinnovato Teatro San Carlo. Niente Campidoglio, niente templi, monumenti, neanche una colonna corinzia a ricordare che siamo nell’antica Roma imperiale. I due atti del librettista Caterino Mazzolà, dall’originale metastasiano, qui si godono in una dimensione inedita e anomala: un interno, un aristocratico salotto di un neoclassico palazzo bugnato, tra poltrone e divanetti. E tutto, dall’ambientazione di Margherita Palli ai costumi di Emanuel Ungaro, alla regia che scombina gli schemi classici dell’opera seria (un’aria, poi un’altra poi un’altra, con le noiose entrate e uscite dei cantanti dal palcoscenico), ci mostra che non di congiura politica si parla, ma di un’avventura interiore, non di dramma imperiale ma della più classica delle tragedie alla Racine. (…) ‘Sia la musica sia la trama – spiega Ronconi – ci portano a pensare La clemenza di Tito come una storia di intrighi d’amore. La congiura ordita da Vitellia e dal suo amante Sesto contro l’imperatore, che lei ama senza esserne ricambiata, ha poco dell’atto, diciamo così, terroristico. Sta tutta nelle regioni del cuore. Tutto parte da una rinuncia amorosa: Tito vuole sposare una donna romana, una che piaccia al popolo per ragioni di Stato e nonostante il suo amore vada a Berenice’. Amore e politica. Siamo sempre lì, ai soliti temi dopo duemila anni. Non ha pensato di aggiornare la messinscena? ‘Forse possiamo anche trovare qualche analogia con fatti di oggi, ma attualizzare a tutti i costi l’opera non mi è sembrato opportuno. Né leggere la romanità imperiale come la Roma fascista mi sembrava pertinente. Fra l’impero di Roma, quello vero, di Augusto, e il miserabile ventennio è meglio non fare paragoni. Figuriamoci con l’oggi. Una lezione di clemenza sarebbe tempo sprecato con i politici odierni. Tutto passa loro per la testa salvo che esercitare atti di clemenza’. Qual è secondo lei il centro della vicenda? ‘A me pare la storia di un quintetto di giovani amici . E nel momento in cui uno di loro diventa imperatore si alterano gli equilibri, si incrinano i rapporti di amicizia’. (…) E la clemenza del titolo, in questa chiave di lettura, verso cosa va? ‘La clemenza del titolo è un punto di arrivo. È sbagliato vederla come una parte del carattere di Tito. La verità è che volendo esercitare bene il suo ruolo, ritiene che la magnanimità sia una prerogativa dell’imperatore, una conquista’. Riletto così Tito pare proprio un bel personaggio. Anche come politico: ‘Tito è un sovrano che dice di non voler fondare il suo potere sul timore. Nella sua aria canta cose come: Se per avere il trono è necessario avere un cuore severo levatemi l’impero o datemi un altro cuore. Mi piace immaginarlo come un uomo pensoso, non uno che si crede il modello ideale di imperatore’.
Anna Bandettini
«La Repubblica»
24 gennaio 2010

La clemenza di Tito è l’ultimo capolavoro di Mozart nel genere serio, e il vertice del suo teatro musicale insieme con l’Idomeneo. Tra le due opere la differenza fondamentale è questa, che nella prima l’elemento drammatico è molto più spinto e corrusco e il finale, alla francese, è fatto di quei celebri balletti tra le pagine sinfoniche dell’autore delle più alte, nella Clemenza la luce non è corrusca ma uniformemente e dolcemente diffusa come su di una superficie marmorea. L’ambizione della perfezione classica e l’atmosfera neoclassica vi formano un tutt’uno. Ma l’elemento tragico, in stile sublime, vi è così presente che noi daremmo tutto Il flauto magico in cambio del Finale I della Clemenza con l’incendio del Campidoglio e il coro interno procurante in noi brividi. Mai la contemplazione della morte s’era spinta fin qui, se non in Bach (Ode funebre) e in Händel (Ode funebre) scritte in uno stile affatto diverso da Mozart e fra loro stesse. (…) Con la sublime Clemenza si è aperta il 27 gennaio la stagione del Teatro San Carlo di Napoli: con autorità dirigeva il maestro Jeffrey Tate, padrone d’un ritmo solenne come s’addice alle cose sublimi. (…) Si comprenderà il mio più che positivo giudizio sulla regia quanto ad attitudine degl’interpreti e loro moto scenico (Luca Ronconi), meno quanto essa ha richiesto a Margherita Palli, segnatamente la sovrumana poltrona rosa che costituisce il trono, sulla quale lo stesso Tito pare un nanerottolo.
Paolo Isotta
«Corriere della Sera»
29 gennaio 2010

Una drammaturgia non semplice, che Ronconi, schivando l’oleografia antico-romana, ambienta in un immaginario Settecento, fatto di elementi scenici essenziali (…). Intento dichiarato del regista è rappresentare gli struggimenti lirici dei personaggi come il tramonto di una jeunesse dorée, e tutto ciò è realizzato con consumata esperienza attraverso movimenti artificiosi, ma mai enfatici: il risultato è una raffinata e tesa geometria del potere e dei sentimenti. In direzione per molti versi analoga si muove Tate, conducendo l’orchestra del San Carlo a una prova eccellente e senza sbavature: è un Mozart dalle sonorità trasparenti, cristalline, di raro equilibrio e depurato dall’agitazione che spesso i direttori aggiungono convinti diventi così più moderno. (…) Due letture così raffinate rischiavano di cadere in una dimensione poco teatrale, invece hanno generato una splendida tensione scenica.
Luca Del Frà
«L'Unità»
30 gennaio 2010