Trittico: Il tabarro, Suor Angelica, Gianni Schicchi

Tre opere in un atto
di (Il tabarro):   Giuseppe Adami
di (Suor Angelica e Gianni Schicchi):   Giovacchino Forzano
Musica:   Giacomo Puccini


Maestro direttore e concertatore:   Riccardo Chailly

Scene:   Margherita Palli
Costumi:   Silvia Aymonino


Allestimento:   Teatro alla Scala di Milano


Prima rappresentazione
Teatro alla Scala, Milano
6 marzo 2008

Le parole di Luca Ronconi


Quello di Puccini è uno sguardo violento e scandaloso […]. Violando la tradizionale sacralità con cui la si raffigura, il compositore lucchese propone qui tre impietosi punti di vista sulla morte. A partire dallo sfondo naturalistico del Tabarro, che viene squarciato da un colpo di teatro granguignolesco, con la donna obbligata a baciare l’amante appena strangolato. E poi la provocatoria maternità della religiosa che si toglie la vita proprio sotto la statua della Vergine Madre. Infine l’oltraggio estremo di Gianni Schicchi al corpo esanime di Donati. [...] Mentre tutti gli altri personaggi vestono abiti dei nostri tempi […], Schicchi compirà un salto d’epoca, indossando dei panni antichi, come se uscisse direttamente dall’Inferno dantesco.
Intervista di Giuseppina Manin
«Corriere della sera»
6 marzo 2008

Ho voluto dare unità e coerenza alle tre parti. Grosse trovate sceniche non ce ne sono: ho cercato di fare tutto nel modo più naturale possibile. La mia lettura di Puccini? Mi sembrano tre opere dove più che il melodramma viene fuori una certa crudeltà umana.
Intervista di Paola Zonca
«La Repubblica»
4 marzo 2008

Rassegna Stampa


Invero, Ronconi risponde pienamente alle attese, trasformando per mezzo della regìa teatrale la grande opera in una autentica esperienza di teatro musicale.
Helmut Mauró
«Süddeutsche Zeitung »
10 marzo 2008

La messinscena di Luca Ronconi non tenta alcuna radicale attualizzazione ma non possiede neppure il fascino della tradizione. [...]
Ronconi inonda l’opera di una luce inesorabile, come per sopprimervi ogni traccia di sentimento, e il finale, in cui Angelica si suicida […], è più all’insegna del sentimentalismo che del pathos.
Andrew Clark
«Financial Times»
10 marzo 2008

Lo spettacolo in pratica c’era solo nelle aperture di sipario […].
Angelo Folletto
«La Repubblica»
10 marzo 2008

[…] Ronconi […], a costo di garantirsi qualche buuu insieme agli applausi, sente che sono tre fatali storie di morte in luoghi in qualche modo noti all’immaginario e se li rigioca con discutibile e lucida genialità […] tutti come pronti ad essere sospinti nell’abisso da un elemento inclinato su cui si muovono, che dà alla scena una specie di chiave rivelatrice dall’inizio, e che in Suor Angelica è addirittura un’enorme figura di suora abbattuta e riversa. Chi ci sta, si può molto emozionare.
Lorenzo Arruga
«Il Giornale»
8 marzo 2008

Non se ne può più. Sono quarant’anni che Luca Ronconi clona il proprio teatro fatto di destrutturazione del materiale narrativo, a dimostrazione d’un teorema espressivo che, proprio in quanto teorema, quasi mai si traduce in espressività. Quarant’anni che terremota scenografie e inventa macchinari di diverse forme, comunque enormi; che attenta all’incolumità degli sventurati costretti a muoversi in scena tra autentiche trappole, la difficoltà gestuale quale succedaneo d’una recitazione di fatto assente. Quarant’anni che viene per lo più buato, com’è accaduto anche alla Scala col Trittico di Puccini: lui si diverte, sta sempre lì, invecchia ma non cambia, icona che si reitera identica grazie anche alla mancanza di confronti con registi davvero grandi e davvero moderni […]. Tre scatole sceniche (nera per Tabarro, grigio-argento per Suor Angelica, rossa per Gianni Schicchi) con apertura irregolare sul fondo riempita, rispettivamente, da pittura puntinista, Madonnina dei santini, Malebolge con profilo di Dante: nell’Angelica un’enorme statua di Madonna distesa bocconi in terra, su cui le suore si destreggiano con patetica goffaggine (femminilità negata? Religione male intesa? Tutto può essere, ma nulla essendo chiaro nulla si percepisce tranne che la noia); nello Schicchi le cose vanno meglio, ma solo perché la sua effervescenza funziona per conto proprio.
Elvio Giudici
«Il Giorno»
8 marzo 2008

[…] uno spettacolo visivamente inerte, piattissimo. Una sorta di nemesi per quanti hanno sempre criticato i macchinismi di Ronconi: mai ci saremmo aspettati da lui una regìa tanto vuota. Ridateci le sue macchine! Evviva le sue ipnotiche fantasie! Si torni all’originale […]. Questo Trittico è l’anti-Ronconi, firmato da un Ronconi che non c’è, che prende alla lettera i dettami dell’autore. […] Tabarro è tutto nero, Suor Angelica azzurrina pallente, lo Schicchi rosso impero, con fuocherello proiettato sopra, a inizio e chiosa, per ricordare che il padre Dante mandò il truffaldino all’Inferno. Ohi, no. E l’elemento promesso, unificante le tre storie? Margherita Palli disegna sobriamente una diagonale per i tre impianti scenici. Così vediamo prima una porzione di barcone inclinato […], poi, sulla stessa linea, una scultura enorme di una fanciulla a terra. Forse dovrebbe figurare la Madonna caduta, oppure la femminilità uccisa. Nel dubbio resta un oggetto ingombrante, che paralizza il palcoscenico […] l’ultima diagonale spetta al baldacchino dello Schicchi […] l’unica invenzione registica sta nel letto che viene alzato, in verticale. Il gesto è molto teatrale, nell’eliminazione plateale del cadavere ma scomodissimo, perché appunto questo inizia a scivolare subito verso terra. E intorno è tutto un acchiapparlo […] perché arrivi integro al lancio finale. Il cadavere è per di più un manichino. Così si vedono le giunture delle gambe che si snodano, da burattino Pinocchio. […] Tutto potrebbe o vorrebbe anche apparire grottesco e cinico. Ma finisce per risultare mal fatto, approssimativo. E stendiamo un velo sulle proiezioni nella nuvoletta sullo sfondo, prima con la faccia di Dante […], poi con Firenze in bianco e nero, poi con un piccolo inceppo, ahi no Ronconi, a evocare il fantasma del Tell.
Carla Moreni
«Il Sole 24 Ore»
9 marzo 2008

[…] nella visione di Ronconi Suor Angelica sembra essere il vertice, nella generale ricerca della coerenza visiva senza macchinose “ronconate”. C’è unità nel fondale e nella posizione di un elemento dominante, la chiatta nel Tabarro, il letto del defunto in Gianni Schicchi e un’enorme statua della Madonna prostrata in Suor Angelica. Già, perché questo strappo alla regola, pure con le suore che camminano su e giù per la statua, è il cuore di tutto. La Madonna è madre prostrata dal dolore per la perdita del figlio, come lo è suor Angelica alla notizia della morte del figlio avuto in precedenza ed ecco che ella si prostra sopra la statua nella stessa posizione di questa; e Angelica diventa ancor più Madonna e madre quando nella visione finale abbraccia suo figlio, esattamente come un’altra statua della Vergine dominante la scena.
Giangiorgio Satragni
«La Stampa»
8 marzo 2008