Die Riesen vom Berge (I giganti della montagna)

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Le parole di Luca Ronconi


E' il primo Pirandello della sua carriera, come mai solo ora, e per giunta tradotto in tedesco e con attori tedeschi, da Jutta Lampe a Elisabeth Trissenaar?
Non so bene se l'insofferenza che ho sempre avuto e che continuo ad avere per il teatro di Pirandello dipende dall'autore, dagli allestimenti - belli o brutti - che ho visto o dall'occhio con cui lo vede il pubblico. Ma siccome è un autore con cui prima o poi bisogna fare i conti ho scelto di farlo nella maniera più indolore, affrontandolo in una traduzione, tra l'altro, che mette sintatticamente ordine nelle sue proposizioni un po' contorte che spesso ci guadagnano a restare nell'indeterminato.
Come mai proprio I giganti?
Avevo proposto a Peter Stein, che dirige il settore prosa del festival, comunque uno dei testi pirandelliani di "teatro nel teatro" e lui mi ha assicurato che i Giganti è quello che meglio si adatta a un pubblico tedesco, anche se in queste stagioni è stato spesso proposto lì con un certo insuccesso.
Per capire come sarà la sua regia è sufficiente che lei risponda a due domande: chi sono per lei i Giganti del titolo e come risolverà il finale che Pirandello non fece in tempo a scrivere, perché morì prima, e fu aggiunto dopo dal figlio?
Dirò subito che i Giganti sono solo figure di cui si parla ma che nel testo non compaiono. Quanto al finale, poiché non siamo gli esecutori testamentari di Pirandello ma solo i fruitori della sua opera, presenterò il testo così come lui lo lasciò, come frammento drammatico. Da sempre questo testo stimola la corsa alla metafora, al simbolo, alla metafisica, alla poesia dei poveri comici guidati da muse che vengono schiacciati da un Potere che oggi sarebbe facile identificare con la cultura di massa, magari televisiva... Non leggerò il testo né in modo politico né metafisico ma piuttosto autobiografico. Più dei Giganti trovo interessante analizzare il rapporto che lega Ilse alla triade formata da Spizzi, che rappresenta il poeta morto, dal Conte, che rappresenta l'Impresario e da Cotrone, che rappresenta l'Autore. In realtà i personaggi sono una trinità unificata in Pirandello, che fu anche impresario di se stesso. I Giganti possono essere l'invenzione, il delirio di un moribondo, non me la sento di liquidare con una metafora la storia, specialmente in questo momento. Così questo testo misto di maiuscole - Metafisica, Potere, Poesia - diventa per lei una disarmata biografia? Vedo la trasposizione del desiderio che lega un vecchio alla donna amata, la fotografia di un capocomico che si è dedicato a lei per tutta la vita, l'avvicinarsi della morte, il timore per la libertà che avrà una donna che si è voluto imprigionare con il teatro. Mi piacerebbe immaginare un finale in cui Use riesce a scappare...
Quindi il testo non sarebbe più di tanto una metafora di teatro nel teatro?
La molla che fa parlare i personaggi non è la loro idea di teatro ma risponde alla domanda: "A che cosa serve il teatro?". E per Cotrone, il Conte e Spizzi (che poi rappresentano tutti Pirandello) il teatro serve a possedere una donna. E noi italiani sappiamo che pur di portarci a letto qualcuna o qualcuno siamo capaci di inventare interi sistemi filosofici, vaste Metafisiche.
Un'interpretazione molto controcorrente. Di certo avrà contro tutti quelli che continuano a vedere nei Giganti la metafora del Potere.
Non ha senso identificare ogni figura minacciosa che appare all'orizzonte storico-politico con i Giganti che vanno a vedere la recita di Use. Allora erano i fascisti - da cui peraltro Pirandello ebbe incarichi e onori - e oggi sarebbero i post-fascisti, non ci credo. Ma poi, che tipo di teatro faceva Use andando in giro col suo carretto e coi suoi comici? Se vogliamo vedere cosa nella sua oggettività è una compagnia che porta in giro il testo più bruito mai scritto da Pirandello (La favola del figlio cambiato) e che è già stata abbandonata dal pubblico pagante, non c'è bisogno dell'intervento dei Giganti per distruggerla."
Intervista di Rita Cirio
«L'Espresso»
15 luglio 1994

Perché ha concluso il suo spettacolo con l'ultima parola scritta da Pirandello senza tenere conto delle cose da lui dette sul letto di morte al figlio Stefano?
Quando Dieter Sturm, che ha curato la drammaturgia dei Giganti, mi ha proposto di scrivere un finale per rendere esplicite le intenzioni di Pirandello, ho rifiutato. Ciò che rende I Giganti un'opera incompiuta è la morte dell'autore. E questa morte mi sembra rientrare di diritto in quell'evidente tendenza all'autobiografia-autocelebrazione che ritroviamo nelle ultime opere di Pirandello. Cosa sta alla base di questa sua scelta? Per me la storia dei Giganti è la storia di qualcuno - Ilse - che vive e si immola in nome dell'arte. E' un mito che rischia di depistarci, di allontanarci dal carattere personale e privato del testo. E' lo stesso depistiggio che ritroviamo sulle lettere tra Pirandello e Marta Abba (per la quale scrisse questo testo) in cui entrambi parlano di ciò che fanno come Arte con la maiuscola, non del teatro come di un processo artistico che comprende anche loro. A me questo "mito" sembra piuttosto il racconto delle esperienze di una compagnia teatrale, come quella che Pirandello fondò per la Abba. Senza sovraccaricare il testo di messaggi: sostanzialmente è una storia d'amore, anche se un po' speciale.
Intervista di Maria Grazia Gregori
«L'Unità»
27 luglio 1994