I due gemelli veneziani


Prima rappresentazione
Teatro Grassi, Milano
13 marzo 2001

Foto / Bozzetti / Video


Rassegna Stampa

dal Patalogo 24 (Ubulibri, Milano, 2001) 

per gentile concessione dell'Associazione Ubu per Franco Quadri


C'è un senso di dualità nel Ronconi milanese che dal progetto per due 'Sogni' dell'esordio al Piccolo rimbalza nelle due Lolite che convivevano sulla scena quest'anno e si consacra ora nei Due gemelli veneziani. La commedia di Goldoni, messa in scena nella storica sede di via Rovello, era molto attesa anche per il doppio confronto che evocava: con Strehler, poeta goldoniano per eccellenza, e con una famosa interpretazione che ne aveva dato Lionello per lo Stabile di Genova. Ma le sfide in realtà non sussistono perché il nuovo spettacolo segue altre vie: rispetto al regista per la perspicuità di questo testo di transizione nel mondo del suo autore; nei riguardi dell'interprete per il tono di leggerezza preferito all'esplicita comicità di quel precedente. Ma il risultato singolare e applauditissimo c'è, eccome. In effetti i due gemelli protagonisti che capitano senza conoscersi nella stessa Verona, ciascuno alla rincorsa di una donna, sono di derivazione classica, ma hanno l'inedita caratteristica di essere l'uno l'opposto dell'altro: sciocco e ingenuo come uno Zanni di campagna il bergamasco Zanetto, saggio e civile come una proiezione dell'autore il veneziano Tonino. (...) Sono anche le immagini di due distinte drammaturgie: la commedia dell'arte con le sue maschere ormai fuori sesto, destinate a morire ridicolmente come Zanetto, e il nuovo realismo della riforma goldoniana; ma la stessa visione si biforca del mondo in un mix di farsa e drammaticità con l'innesto di una copia di Tartufo più una buona dose di cattivi, e un finale romanzesco che include l'agnizione di una sorella perduta.
Franco Quadri
«La Repubblica»
15 marzo 2001

Farsa 'nera', commedia romanzesca, trascinante gioco degli equivoci, il testo goldoniano costruito sugli alterni interventi dei due fratelli identici ma lontani nei comportamenti e nel modo di affrontare la vita è sì una macchina teatrale di gran divertimento - e tale continua a essere nell'approccio di Ronconi - ma è anche una storia un po' fosca e dissonante, e non solo perché si conclude con un omicidio e un suicidio: proprio l'opposta indole dei due protagonisti introduce nella vicenda un sottile elemento di inquietudine sulla duplicità della natura umana, sulle fatali stratificazioni del bene e del male, e il fatto che l'intreccio possa sciogliersi solo con la morte del più sciocco, cioè del più puro e disinteressato, la dice lunga sui reali umori dell'autore.
Renato Palazzi
«Il Sole 24 Ore»
18 marzo 2001

Zanetto sarà la vittima involontaria del mondo civile, nel quale Goldoni dipinge, con cinismo feroce, la decadenza antropologica e morale dell'antica Serenissima. Egli morirà avvelenato da un uomo che poi riserverà a se medesimo un'uguale .sorte. Con una scena spettacolare, tutta mobile, tutta posta in obliquo, tutta specchi, Ronconi ci dà il correlativo oggettivo della terribile machina - teatrale e sociale - ossia nel terribile stomaco nel quale Zanetto si trova inghiottito. In un mondo perfettamente consono all'obliquità della comunicazione, in un mondo in cui è superfluo domandarsi se la figura vera sia di qua o di là dallo specchio, in un mondo asti-atto in cui solo ciò che è altrettanto astratto - la ricchezza, il potere - è riconosciuto come cittadino legittimo, in barba a tutti i sentimenti, Zanetto (che ride guardandosi allo specchio) non ha posto.
Luca Doninelli
«Avvenire»
15 marzo 2001

Nella commedia dell'arte, Goldoni introduce un paradigma fondamentale: 'Non sono più, a voler parlare correttamente, i caratteri che bisogna mettere in scena ma le condizioni': vale a dire, ciò che interessava a Strehler e Squarzina. E benché in questa commedia, che è del 1747 e che precede la rivoluzione goldoniana, a prevalere siano i caratteri, a Ronconi non interessano né le condizioni né i caratteri. Gli interessano le geometrie che dalle une e dagli altri egli possa ricavare o che crede di scorgere nel testo stesso, come corressero sotto traccia. In questo senso vanno lette le scene di Margherita Palli: gli specchi che raddoppiano i doppi e li quadruplicano e che costituiscono una vera vertigine dell'identità sono il più puro Ronconi che si possa immaginare. 7 due gemelli veneziani del 2001 è uno spettacolo stupefacente. Ma proprio come ci aspettiamo che sia stupefacente. Di fronte all'opportunità di una rèverie barocca, Ronconi poteva tirarsi indietro? Al contrario, egli ne approfitta. In questo senso è un artista di tipo seriale. Si muove sempre ad alto livello, ma è un livello che conosciamo e dal quale, fondato com'è sulla sorpresa, non ci aspettiamo sorprese. E in questo senso è un artista culturale: egli modifica la percezione precedente di un fatto (evento importantissimo) ma non per questo ci commuove, o ci tocca poeticamente. Non vuole farlo ed è, forse, il suo maggior merito; senz'altro la sua coerenza, avvalorata dal modo in cui usa gli attori.
Franco Cordelli
«Corriere della Sera»
15 marzo 2001

La regia di Ronconi è, nostro avviso, splendida, o meglio: è la regìa di questo testo, perché coincide con esso. Personaggi, sentimenti, vizi e virtù sono le epifanie, i fantasmi di questo labirinto obliquo, che corrisponde con la vera verità del testo: la sua struttura, il suo scheletro - perché I gemelli è un capolavoro in cui la struttura diventa essa stessa parlante.
Luca Doninelli
«Avvenire»
15 marzo 2001

Si può allora cominciare il racconto dalla scenografia di Margherita Palli, un universo di mobilio antico dove armadi di ogni dimensione sono ricoperti di porte e di specchi, una monumentalità cimiteriale o neourbanistica, che evoca all'inizio la scenografica Tebe dell'Olimpico dì Vicenza, ma a differenza di quella può muoversi, aprirsi, respirare, avvolgere, soffocare e inghiottire i personaggi, la vicenda, perfino la vista dello spettatore. È insomma un vero labirinto domestico, un orizzonte di confessionali tra i quali gli interni e gli esterni si mescolano e rivelano la loro artificiosità, proprio come fosse un processo analitico.
Gianfranco Capitta
«Il Manifesto»
15 marzo 2001

Molti elementi sono mobili; le poche poltroncine hanno rotelle e vengono trasportate dai personaggi come i bauli che sono l'unico altro oggetto di arredamento. Lo spazio è relativamente angusto ma varia di continuo e tutti lo percorrono senza badare agli ostacoli. Il moto è perpetuo. Per dare il senso di una irrequietezza mercuriale, non si dà mai uno scambio tra persone ferme, a ogni battuta tutti cambiano posizione, spostano le predette poltroncine, si siedono, si alzano, si inginocchiano, impegnati in evoluzioni complesse, certo difficili da coordinare e da memorizzare. Ne risulta una dilatazione dei tempi che malgrado l'affiatamento della compagnia fa durare le operazioni 200 minuti (compreso un break di 15); e che se consente di gustare tutta l'arguzia della deliziosa lingua di Goldoni, italiano per tutti e veneziano per i gemelli, dà modo allo spettatore di scoprire quelle debolezze di costruzione che la velocità, ingrediente irrinunciabile della farsa, di solito copre.
Masolino D'Amico
«La Stampa»
15 marzo 2001

Ma c'è un punto di forza: Massimo Popolizio è uno straordinario doppio protagonista, che s'inventa nel suo costume rosso due facce, due dialetti, due tipi di gesticolazione spinti da una matura razionalità all'infantilismo capriccioso, diversi e allo stesso tempo in continuità, con effetti di comicità stupefacente e un'assoluta naturalezza nello svolgere uno scioglilingua che va dal canto al pianto a velocità supersonica
Franco Quadri
«La Repubblica»
15 marzo 2001

Un altro possibile inizio di racconto sarebbe la bravura davvero mostruosa (banalmente ogni volta maggiore) di Massimo Popolizio. Nel suo abituccio color granata disegnato da Vera Marzot (come tutti i begli e appropriati costumi), impersona sia lo Zanetto tontolone e sgraziato, sia il brillante Tonino, ed è previsto dal copione che la loro successione sia serrata, pochi secondi, via l'uno, dentro l'altro. Una prova già prevista di talento, che fece esplodere negli anni '60 il successo di Alberto Lionello. Ora Popolizio supera ogni limite, esce gridando in dialetto veneziano da una porta, e mentre risuona ancora l'eco, appare da un armadio biascicando in bergamasco. Grazie ai suoi 'tempi' prodigiosi, il pubblico ride rumorosamente, e Ronconi subdolamente mostra in Goldoni il padre di ogni comicità, non solo di quella all'italiana, ma perfino della più rarefatta e sophisticated comedy.
Gianfranco Capitta
«Il Manifesto»
15 marzo 2001

(Intervista a Massimo Popolizio): E' il padre di tutti gli sketch del teatro comico moderno questo testo. A ben guardare I due gemelli veneziani offre dialighi e ingredienti degni delle commedie più ridanciane di oggi. Una manna per Aldo o Giovanni o Giacomo, o per un attore-maschera come Albanese. Fanno ridere, non c'è dubbio, soprattutto perché uno è scemo e l'altro pure, ma in modo diverso. 0 meglio, sono due ingenui e la pagano. La regia di Ronconi non ha puntato sulla caricatura. No, perché è la situazione in sé, come è disegnata, che genera energia comica: una macchina perfetta, per questo è piaciuta a Ronconi. (...) E mìo lavoro è stato tutto in levare, per abbandonarmi a questa spirale dove si ride e si piange, ma il colore è sentimentale, come in un'operina. Un lavoro di costruzione, da inventare in ogni momento, e due volte. Non solo perché ho un doppio ruolo, ma perché devo parlare in veneziano antico. (...) E certe battute che andavano a segno nel 700, come 'andé, andé che ve mando' o 'dottor Cagadonao', e che ora non hanno più peso (né grevità), scivolano via sfumate. Con il dovuto distacco per un mondo lontano. È il nostro passato. (...) Certo, è una fatica per un attore stare in scena sempre e alternare due ruoli. In più ho dovuto tenermi su un registro 'mozartiano', leggero, senza sottofondo, senza peso, come volare.
Claudia Provvedini
«Corriere della Sera»
14 marzo 2001

Massimo Popolizio mai si avventurerà verso elementi di tipo simbolico. Tutto resterà confinato nel suo stile buffonesco, nel suo nevrotico vitalismo: che risulteranno il perno e il meglio dello spettacolo.
Franco Cordelli
«Corriere della Sera»
15 marzo 2001

Ronconi, come di recente si è comportato Peter Brook alle prese col mozartiano Don Giovanni, stavolta rinuncia se non per minimi tocchi a un'esplorazione sottocutanea del testo. Affila le armi sul realismo maniacale della recitazione, con esiti eccellenti soprattutto da parte di Massimo Popolizio, giunto a un'impressionante maturazione della sua arte e giustamente premiato da numerosi applausi a scena aperta, che nell'altalena dei toni grotteschi e patetici fa ormai scuola a sé. Disegna delle femmine caricaturali (la pososa Manuela Mandracchia e l'intrigante Laura Marinoni) e illumina di un barbaglio ipnotico le figurine dei servi, il malinconico Brighella dell'ottimo Nino Biniamini e l'Alecchino punk, nei 'scarp de tennis' di Jannacci, del ruvido e accattivante Giovanni Crippa.
Enrico Groppali
«Il Giornale»
15 marzo 2001

Per accentuare la crisi della maschera, l'Alecchino di Giovanni Crippa è alto e biondo
Masolino D'Amico
«La Stampa»
15 marzo 2001

Giovanni Crippa, con il suo Arlecchino ruvidamente bergamasco, così fuori dalla tradizione stilizzata del Piccolo sia nella recitazione che nell'abito sbrindellato ideato dalla costumista Vera Marzot.
Renato Palazzi
«Il Sole 24 Ore»
15 marzo 2001

L'Arlecchino stracciato di Giovanni Crippa inalbera una parrucchetta rossa che pare Rod Stewart.
Gianfranco Capitta
«Il Manifesto»
15 marzo 2001

Personalissimo Arlecchino sconquassato e violento, Giovanni Crippa sulla via di Marivaux. Alla fine, quando potrebbe anche trasparire il dubbio che il gioco dei doppi potesse essere frutto di un'invenzione del fratello apparentemente buono sopravvissuto, con un'insolita tenerezza e l'aiuto di una controfigura, Ronconi prima ci fa intrawedere un quadretto della famiglia dispersa ricomposta, poi resuscita il gemello morto per un abbraccio del fratello che non l'aveva mai conosciuto in vita, o forse dell'autore. E con la chiusa nostalgica genialmente la commedia si riapre verso altri imprevedibili spiragli.
Franco Quadri
«La Repubblica»
15 marzo 2001