Il professor Bernhardi

Autore:   Arthur Schnitzler
Traduzione:   Roberto Menin

Scene:   Margherita Palli
Luci:   Gerardo Modica

Personaggi - Interpreti:
Dottor Bernhardi, professore di medicina interna, direttore dell'Elisabethinum - Massimo De Francovich
Dottor Ebenwand, professore di chirurgia, vicedirettore - Giovanni Crippa
Dottor Cyprian, professore di neurologia - Virgilio Zernitz
Dottor Pflugfelder, professore di oculistica - Carlo Valli
Dottor Filitz, professore di ginecologia - Riccardo Bini
Dottor Tugendvetter, professore di dermatologia - Lele Vezzoli
Dottor Loewenstein, docente di pediatria - Elia Schilton
Dottore Schreimann, docente di otorinolaringoiatria - Sergio Leone
Dottor Adler, docente di anatomia patologica - Paolo Musio
Dottor Oskar Bernhardi, assistente di Bernhardi - Raffaele Esposito
Dottor Kurt Pflugfelder, assistente di Bernhardi - Simone Toni
Dottor Wenger, assistente di Tugendvetter - Tommaso Minniti
Hochroitzpointner, tirocinante in medicina - Pasquale Di Filippo
Ludmilla, infermiera - Erika Urban
Professor Dott. Flint, ministro della pubblica istruzione - Massimo Popolizio
Dottor Winkler, consigliere aulico al ministero della pubblica istruzione - Massimo De Rossi
Franz Reder, parroco della chiesa di San Floriano - Gianluigi Fogacci
Dottor Goldenthal, avvocato difensore - Michele Nani
Dottor Feuermann, medico condotto di Oberhollabrunn - Francesco Colella
Kulka, giornalista - Giorgio Bongiovanni

e con gli allievi del corso Sergio Tofano della Scuola del Piccolo Teatro di Milano:   Emilio Zanetti, Tiziano Ferrari, Luigi Di Pietro

Regista Assistente:   Daniele Salvo



Prima rappresentazione
Teatro Strehler, Milano
18 gennaio 2005

Foto / Bozzetti / Video

Le parole di Luca Ronconi


Apparentemente il tema attorno al quale ruota tutta la commedia è davvero l'antisemitismo. Ma Professor Bernhardi non è una commedia a tesi, non ci si chiede - per citare un fatto universalmente noto - di schierarsi prò o contro un redivivo Dreyfus. Bernhardi non è solo una vittima ma possiede un indubbio potere. Il tema della commedia, semmai, è come, da un insondabile fatto privato, la somma di interessi particolari riesca a creare un caso. Tanto è vero che una delle scene fondamentali è l'incontro fra l'ebreo professor Bernhardi e il parroco cattolico che si conclude con un invito a darsi la mano proprio lì, ai limiti di quell’abisso all’interno del quale non si pu, e forse nn si vuol neppure guardare. Ma tutto questo non genera conflitto.
Intervista di Franco Quadri
«La Repubblica»
20 gennaio 2005

Dobbiamo aspettarci lo scandalo?
Professor Bernhardi è una commedia lieve, sospesa, che non dà né risposte, né condanne né assoluzioni. Ma che si lascia abitare da argomenti forti, ed è per questo che m'interessa. Identificare l'Impegno con la pedanteria è stato un malvezzo (truffaldino) di qua! La pedanteria è la cosa peggiore di tutte, ma se per evitarla si deve cadere nella vacuità, a che serve fare teatro?
Dunque, niente slogan. Meno male.
C'è in giro una sete di semplificazioni che io rifiuto. Il teatro tratta temi forti ma richiede un'attenzione complessa. Per fortuna, la commedia di Schnitzler è talmente ben scritta che quello che ha da dire lo dice nello sviluppo della vicenda assai più che nelle dichiarazioni dei diversi personaggi.
Intervista di Luca Doninelli
«Avvenire»
15 gennaio 2005

Schnitzler attinge alla sua autobiografia. Si sente che i ministri, i medici, i professori universitari di cui parla non sono di fantasia, ma esseri umani visti e conosciuti. Quanto a noi è impressionante riscontrare gli stessi tratti caratteriali, addirittura fisiognomici di figure istituzionali che non ci sono più con persone che ci sono ancora nella nostra quotidianità e non solo italiana.
Allude a qualcuno?
Sarebbe volgare, grossolano spingere eccessivamente verso una attualizzazione. Così come bisogna resistere alla tentazione di fare dei personaggi delle caricature. Perderebbero molto della loro forza.
Intervista di Anna Bandettini
«La Repubblica»
30 dicembre 2004

Rassegna Stampa

dal Patalogo 28 (Ubulibri, Milano, 2005) 

per gentile concessione dell'Associazione Ubu per Franco Quadri


Chi sa più scrivere, o chi potrebbe più rimettersi a scrivere, una pièce con una ventina di personaggi otto o nove dei quali spesso interagiscono senza pestarsi i piedi e senza ripetere ciascuno gli argomenti dell'altro? Chi ha più il tempo, la calma e la lucidità di prendere un tema e poi sviscerarlo, esponendo i vari punti di vista, la forza e la debolezza di ogni carattere? Chi ha l'abilità di inzuccherare la medicina con contrasti drammaticamente efficaci, con dialoghi che descrivono le persone senza bisogno di altre spiegazioni, con l'esplosione di battute memorabili? Sarà teatro vecchio, ma anche Caravaggio è arte antica, per fortuna ci sono i musei dove ogni tanto possiamo andarla a visitare. E per fortuna ogni tanto uno Stabile si ricorda che la sua funzione è anche quella di valorizzare il passato, o meglio, di far notare quanto il passato sia presente. Tutto in Schnitzler è attualissimo. Prendiamo la sua dimostrazione di come piccole invidie personali e ripicche mondane possono alimentare uno schieramento dietro slogan cui nessuno crede davvero. O anche l'articolato dibattito tra il professor Bernhardi e il prete che dopo aver contribuito alla sua condanna viene a spiegarsi - entrambi compiono in questa occasione uno sforzo per accettare le ragioni dell'altro, ma alla fine restano della propria idea.
Masolino d'Amico
«La Stampa»
20 gennaio 2005

Ecco un teatro come se ne vede ogni dieci anni. Un teatro da maestro, dove si coniugano l'arte e l'intelligenza, la bellezza e il senso. Un teatro che si concede un lusso necessario che troppo pochi spettacoli possono o osano affrontare: ventidue attori in scena. Un teatro di testo, che si permette di dimenticare il manicheismo e la facilità, per andare dove si recita la vita nella sua complessità, in un movimento profondamente intrigante, al ritmo di cinque atti che si svolgono come i capitoli di un libro aperto davanti agli spettatori.
Brigitte Salino
«Le Monde»
15 febbraio 2005

Che importa se la pièce dura ben più di quattro ore dal momento che non hai manco il tempo di accorgertene, attanagliato come sei alla poltrona, teso verso la scena, dove si dibattono dei problemi in cui ti riconosci, come fosse uno schermo? Fa una certa impressione, nel momento sbandato e privo di prospettive che attraversiamo, trovarsi di fronte a un grande spettacolo, degno di un teatro pubblico a livello europeo, dove l'arte si confonde con l'impegno civile, ritrovandoti in un testo scritto nel lontano 1912 da un grande autore e mai rappresentato prima in Italia. Al Professor Bernhardi di Arthur Schnitzler Luca Ronconi ci pensava dagli anni '80, quando aveva montato altre tre opere dello scrittore austriaco, che però in questa commedia si ricorda di essere anche medico ed ebreo. E per la prima volta il regista sì misura con una storia presa dalla vita che non pretende acrobazie analitiche o informali ma segue un ritmo praticamente naturalistico, tutto basato sulla parola, quasi un teatro di conversazione, che mischia il dramma al risvolto ironico.
Franco Quadri
«La Repubblica»
20 gennaio 2005

Ma il testo di Schnitzler non si ferma alla denuncia della politica. Ci sono i rapporti familiari a infittire ulteriormente quella ragnatela, quelli dinastici e baronali tra luminari della medicina, e poi quelli tra ricerca scientifica e pratica medica. E allargando il campo, la forte presenza ebraica a Vienna grazie anche all'immigrazione da Praga, da Budapest e dalle altre province dell'impero, e il suo predominio scientifico, col corrispettivo del maggior contributo economico che quel gruppo sociale dà agli istituti privati come l'Elisabethinum dove si svolge l'azione (e Schnitzler conosceva bene l'ambiente perché era anche medico, e figlio di medico). Nel laboratorio di quell'ospedale, come in una ricognizione scientifica, vediamo aggregarsi nazionalismo, clericalismo e antisemitismo, intrecciate e manomesse in consorterie di ogni sorta. Una catena perversa che si fa tenaglia mortale ma vincente, con tutto il suo carico di pregiudizi e pretestuosità strumentali. Si prefigurano anzi già lì la follìa e il sangue di un secolo, che neanche le guerre riusciranno a placare. Un'eredità che ciclicamente sembra tornarci addosso, avvampando da qualche futile incidente. (...) Quasi un brusco e felice risveglio, tra tante offèrte cloroformizzanti, alla vitalità del teatro, alla sua violenta capacità di farci da specchio, senza nascondere i segni anche più orrìbili. E a Ronconi e al Piccolo va dato merito anche di questo (che più o meno consapevolmente riscatta lo schiaffo censorio subito dagli stessi a Siracusa due anni fa, ad opera dell'eterno e artificiale sorriso berlusconiano e dei suoi proconsoli siciliani).
Gianfranco Capitta
«Il Manifesto»
20 gennaio 2005

Oggi la vicenda di Bernhardi che, per non turbare la precaria euforia di una moribonda, consiglia il prete incaricato di somministrarle i sacramenti di rinunciare al suo mandato e, per colpa di quell'intervento umanitario, viene processato, condannato e, in seguito, recuperato alla comunità come un eroe a somiglianza della sorte toccata all'ibseniano Un nemico del popolo o, come auspicherebbero le sinistre, al detenuto Sofri, offre a Ronconi più di un punto di partenza per cercare tra le pieghe dell'antica parabola lo spunto per una riflessione sul potere. Che si traduce in un mirabile Come disse Stravinskij di Webern, possiamo dire che Ronconi è un juste du théàtre. Luca Ronconi è il Teatro. Non che sia più grande di altri (penso anche al passato). Ma in Ronconi c'è un punto in cui, misteriosamente, una sensibilità personale si congiunge con un registro universale. Ne fa fede Professor Bernhard! (...). Uno spettacolo bellissimo, lo diciamo subito, le cui quattro ore e mezza scivolano leggere e brevi. Professor Bernhardi ci presenta un Ronconi, per così dire, al quadrato, perché il testo, più che in altre occasioni, contiene l'idea ronconiana dì teatro come argomento della storia che racconta. Non sì tratta, in altre parole, solo di un testo eseguito 'alla Ronconi', ma di un testo nel quale le parole stesse sono già, esse stesse, attori al servizio del grande regista.
Luca Doninelli
«Avvenire»
20 gennaio 2005

Del resto non siamo neppure di fronte a un'opera sull'antisemitismo, anche se esso ha qui un'importanza centrale. A me pare che Professor Bernhardi sia soprattutto il manifesto di un laicismo esemplare, assoluto, totale benché aperto a dubbi e inquietudini. E che sia la radiografia di una faida di potere che potrebbe avvenire ovunque, in un'industria, in una banca. Assistendovi si è investiti dalla sensazione di un'abbacinante modernità di contenuto e di scrittura: non è solo straordinaria la preveggenza con cui Schnitzler anticipa di un paio di decenni l'avvento del nazismo, o l'allarmante evidenza del ritratto di una destra arrogante e ansiosa dì occupare ogni posto disponibile. Ancora più ammirevole è la precisione con cui evoca i mesti giochi di alleanze e divisioni, i tranelli, gli agguati di quei colleghi accademici, le tresche degli opportunisti, le esitazioni dei pavidi, ì tradimenti di coloro che hanno debiti di gratitudine. La sua analisi è impeccabile, fuori dal tempo, da far studiare nelle scuole.
Renato Palazzi
«ll Sole 24 Ore »
23 gennaio 2005

Il professore ebreo criminalizzato dalle interpellanze parlamentari e da una campagna d'odio, finirà processato e condannato a due mesi di carcere, cui lui si oppone rifiutando l'appello. Questo personaggio, al quale Massimo De Francovich dà verità e grande spessore umano, ma anche l'angoscia del dubbio in una memorabile interpretazione che coniuga l'autorità dell'uomo di potere coi dubbi di un essere tormentato e ansioso di giustizia: e in particolare ce lo rivela la grande scena dell'incontro col prete (un tormentato e sensibile Gianluigi Fogaccì), venuto quasi a scusarsi dopo la condanna, in cui vediamo l'uno e l'altro dubitare della giustizia del proprio comportamento in quel momento in cui entrambi si confrontavano da opposte sponde col mistero della morte. E l'altro estremo, incarnato dalla mimica esilarante dì un Massimo Popolizio da brividi, è rappresentato da un ministro uscito anzitempo dai nostri giorni, che al professore è legato dal passato ospedaliero e ai suoi persecutori da un opportunismo che cambia spesso faccia, perché il Professor Bernhardi all'uscita dalla prigione sarà portato in trionfo e diventerà un eroe nazionale, come in una commedia all'italiana.
Franco Quadri
«La Repubblica»
20 gennaio 2005

In tale lavoro assecondano Ronconi ammirevolmente tutti gli attori di questo dramma al maschile, cominciando da Massimo De Francovich che nel ruolo del protagonista tocca certamente uno dei vertici della sua carriera. Sulla freddezza apparente e testarda del cattedratico, l'attore costruisce un intenso contrappunto di notazioni sottili: lo spessore umano, l'incertezza, la salvezza dell'ironia, il dubbio quasi vergognoso, il ricorso alle maschere sociali.
Sergio Colomba
«Il Resto del Carlino»
21 gennaio 2005

Tutto si recita in una scena che si distende come un immenso schermo panoramico, uno spazio in cui si vedono gli attori camminare veramente, il che non era niente nella Vienna di Schnitzler, dove ogni gesto era codificato, ed è una meraviglia leggere nei movimenti delle mani, nell'incrociarsi delle gambe, nella tenuta della nuca, come nelle parole. Una meraviglia sentire tutto, fino ai mormorii, ai silenzi e al non detto. Una meraviglia vedere una tale compagnia di uomini, attori d'eccellenza. Una meraviglia anche sorridere all'ironia mordente di Luca Ronconi, che dà al professor Bernhardi, interpretato da Massimo De Francovich, un viso che ti fa dire: ma sì, lo conosco. È quello di Freud, e di Schnitzler.
Brigitte Salino
«Le Monde»
15 febbraio 2005

Ma esaurite le attenzioni, tutte le attenzioni che si possono riservare a uno spettacolo imponente, alla sua impeccabile tecnica, cosa rimane, qual è il suo senso? In Massimo De Francovich cogliamo un'interiore, lievissima, impercettibile leziosità. Nel suo principale antagonista, Massimo Popolizio, uno spavaldo limite di buffoneria/cialtroneria: è un ministro; cioè, come il medico, un ministro del bene pubblico! Citare tutti gli altri attori sarebbe impossibile: sono troppi. Citarne qualcuno sarebbe un errore critico: si somigliano tra loro in modo coerente alla ferrea impostazione di regia, alla sua regola antisentimentale e antipsicologica (è il residuo avanguardistico di Ronconi). In quanto a Ronconi, regista di uno spettacolo per soli medici, ovvero per soli uomini, egli è così devoto alla buona coscienza politica e alla filologia testuale, così asciutto, così secco, da apparire il più crudele dei giudici nei confronti di tutto ciò che chiamiamo anima: come fosse un inquisitore, ne vuole bruciare ogni traccia.
Franco Cordelli
«Corriere della Sera»
20 gennaio 2005

Da non perdere.
Maria Grazia Gregori
«L'Unità»
20 gennaio 2005