In cerca d'autore. Studio sui Sei personaggi


Prima rappresentazione
Festival dei 2 Mondi - Teatrino delle 6, Spoleto (Pg)
7 giugno 2012

                                                                                           

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Le parole di Luca Ronconi


Ho l’impressione che, mentre negli Anni Cinquanta o Sessanta poteva essere naturale che il contesto di riferimento del testo fosse un certo tipo di teatro, quello del capocomico, del suggeritore, delle preoccupazioni di verosmiglianza, oggi quello sfondo non c’è più. Questo libera la commedia da ingombri e manierismi diventati insopportabili: penso a quel gioco del “teatro nel teatro” che è vecchio come il cucco, ma anche a tutto quel “ron ron” pseudoraziocinante tipicamente pirandelliano. Non sto dicendo che il testo è vecchio. Anzi, mi chiedo come possa una commedia che ha sulle spalle quasi cent’anni, funzionare ancora. Ma evidentemente l’interesse è un’altra cosa dalla metafora del teatro nel teatro: da quando la realtà virtuale fa parte delle nostre vite, la contrapposizione tra quello che è reale e quello che è immaginario non esiste più, ha perso significato.

Rassegna Stampa

In forma claustrofobica, prosciugata, ringhiosa, ammutolita, ma anche (il leader del gruppo) assertivamente spiritata, sono i Sei Personaggi pirandelliani trovati, più che cercati, da Luca Ronconi che in effetti li ha intercettati/trasposti in un nucleo vitale di giovani attori diplomati all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, un’équipe che ha lavorato con lui da tempo al Centro Teatrale Santacristina che è una Città del Sole scenica, architettonicamente esemplare, a ridosso del buen retiro umbro del Maestro. Contemplo questa comunità nello spoletino Teatrino delle Sei che, grazie al cartello operativo-culturale dell’Accademia, di Santacristina e del Festival, è stato trasformato in uno spazio bianco e rettangolare a immagine e somiglianza dell’hangar-studio dove Ronconi conduce la sua amatissima ed efficacissima attività di laboratorio, di prove permanenti, di factory di formazione da cui emerge da anni la meglio gioventù del teatro di domani. […] Spettacolo bellissimo, ombrosissimo, nervosissimo, essenzialissimo, che dovrebbe replicarsi ovunque e per chiunque, questo. Spettacolo casto e duro, ammalato e puro, riassumibile anche nel respiro-rantolo dei Personaggi.
Rodolfo Di Giammarco
«repubblica.it»
15 luglio 2012

L’irruzione: sei strani personaggi entrano come ragni velenosi. Lungo i muri, sotto il tavolo, facendosi avanti sempre più pressanti, come un pensiero tormentoso, una litania ossessiva. Pronti a svolgere la loro trama vischiosa e catturarci dentro tutta l’attenzione di creatore e spettatore. È come cadere lentamente in un vortice nero, affondare nelle sabbie mobili di una storia feroce, ruggita tra risate sguaiate e voce roca dalla Figliastra (un’intensa e dominante Lucrezia Guidone) che Ronconi costringe – con la sottile crudeltà che esercita spesso nei confronti del mestiere dell’attore – a toni ingolati. Quasi a rappresentare la deformità dell’anima impressale da una madre inetta e da un padre libertino. Vittima rancorosa di una discesa nel degrado, tra braccia lussuriose di una maitresse e poi in quelle incestuose dello stesso padre. La regia di Ronconi traccia linee secche e nervose, strappi sulla tela di un quadro, dove appare ancora più evidente la ferita incurabile della famiglia.
Rossella Battisti
«L'Unità»
13 luglio 2012

In cerca d’autore viene definito dal regista Luca Ronconi uno studio sui Sei personaggi di Pirandello. Un progetto generoso del grande regista concepito per un gruppo di allievi selezionati dall’Accedemia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, che con lui hanno lavorato tre anni in collaborazione con il Centro Teatrale Santacristina. Ma l’esito finale di questo work in progress è ben più di un saggio riuscito. La messa in scena proposta è uno spettacolo compiuto e completo in ogni minimo dettaglio, che esalta con forza il contenuto estremo del capolavoro pirandelliano, trasportandone il linguaggio in una dimensione moderna, nei parametri della comunicazione attuale, dove la differenza tra reale e virtuale non ha più ragione di esistere. Ronconi rispetta ossessivamente l’opera originale, ma ne scarnifica l’essenza, ne scompagina il testo purgandolo dagli orpelli. Cancella la patina del tempo e riconsegna al pubblico una struttura drammaturgica scarna, essenziale.
Emilia Costantini
«Corriere della Sera»
12 luglio 2012

È nella natura quasi propedeutica dei Sei personaggi che Ronconi ha trovato il motore dell’allestimento, e qualcosa di molto intimo; da sempre lui stesso è un maestro in cerca di allievi, straordinario didatta e ancor più straordinario lettore. Lo spettacolo nato dalla collaborazione tra il Centro Teatrale Santacristina e un gruppo di allievi dell’Accademia d’Arte Drammatica Silvio d’Amico è il punto di arrivo di un laboratorio iniziato nell’estate di due anni fa . Missione compiuta e sorprendente, nella sua apparenza di work in progress. Non solo antipirandelliano, ma stavolta perfino antironconiano. Il testo è sfrondato non poco e ridotto al nocciolo della questione. Non tanto chi cerca chi, caso mai chi è che cosa.
Nanni Delbecchi
«Il Fatto Quotidiano»
11 luglio 2012

Lo studio sui Sei personaggi è risultato di un ciclo di laboratori tenuti nel centro estivo di Santacristina. E’ il genere di esperienze – libere dai vincoli della grande produzione – in cui il regista dà oggi il meglio di sé: e infatti questo approccio scarnificato al testo pirandelliano ce ne mostra il nucleo sanguinante come mai forse ci era capitato di vederlo. Anche in questa versione più formalizzata Ronconi – rinunciando al palcoscenico – ha voluto riprodurre la situazione dell’aula in cui lo spettacolo è nato, un lungo spazio bianco, disadorno, arredato solo da una piccola scrivania e alcune sedie di metallo: gli “attori” che arrivano dalla platea, e i “personaggi”, che entrano da un uscio laterale, subito richiuso, si trovano così prigionieri di un ambiente claustrofobico, un’autentica “stanza della tortura”, una trappola mentale che le luci fisse, impietose rendono ancora più inaccogliente.
Renato Palazzi
«Il Sole 24 Ore»
8 luglio 2012

Casa del Diavolo (Perugia). L’utopia abita a Casa del Diavolo. Ha nome e luogo di fiaba il borgo umbro, nel cuore d’Italia, dove vive la bottega di teatro più bella del mondo. A metà strada fra Perugia e Gubbio, a metà strada tra il futuro e il Quattrocento. Fuori non si vede un pezzo d’asfalto o di cemento per chilometri, soltanto boschi, natura, pomeriggi solitari e notti stellate. Dentro, nel casolare trasformato nel centro Santa Cristina, diretto da Luca Ronconi e Roberta Carlotto, sedici ventenni appena diplomati all’accademia Silvio d’Amico lavorano ai Sei personaggi di Pirandello. Il modo d’insegnare teatro di Luca Ronconi andrebbe filmato e consegnato ai posteri. Durante i suoi spettacoli, anche i capolavori assoluti, capita di distrarsi, uscire e rientrare, magari in tempo per cogliere il quarto d’ora sublime. Non è grave, il maestro comprende (“L’attenzione dello spettatore di teatro è intermittente”), capita con tutti i grandi narratori. Chi ha letto Proust o Tolstoj senza saltare interi capitoli? Ma durante le prove di Ronconi distrarsi è impossibile. È come vedere all’opera uno di quei maestri rinascimentali, Verrocchio o il Perugino, che sapevano far di tutto, pittori, scultori, orafi. Lui è registra, critico, storico, drammaturgo. Non bastasse un attore strepitoso, anche se da cinquant’anni recita soltanto per i suoi allievi. Racconta, spiega, ragione e alla fine porge la battuta meglio di chiunque altro.
Curzio Maltese
«Il Venerdì di Repubblica»
29 luglio 2012

[...] Nella semplicità (e anche relativa parsimonia) del lavoro comune tra il suo Centro Teatrale Santa Cristina e l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico, [Ronconi] mostra un lavoro su Pirandello come di rado se ne erano visti. Il regista, al suo terzo lavoro sullo scrittore siciliano (dopo Questa sera si recita a soggetto realizzato a Lisbona e a Roma su cui si eserciterà anche nel laboratorio della Biennale nel prossimo agosto, e quei Giganti della montagna realizzati per Salisburgo) fa un’operazione netta. Libera il testo di tutte le formulette che al teatro pirandelliano si sono incrostate lungo un secolo, a cominciare da quella abusata e scolastica del “teatro nel teatro”. Il nodo drammaturgico si stringe a quello del rapporto tra l’Autore e i sei personaggi, senza pace (se non la madama maitress) ma che possiedono già una tanto concreta fisicità da essere compiuti protagonisti della scena. […] Dopo un’ora e mezzo sembra di uscire fuori da un incubo: non per il contenuto o per l’antica scabrosità, ma per la responsabilità in agguato di dover tutto rileggere e risignificare il teatro di Pirandello alla luce di questi Sei personaggi che aprono non solo un arsenale di apparizioni, ma una presenza solida e ormai in quel teatro.
Gianfranco Capitta
«Il Manifesto»
14 luglio 2012

In cerca d’autore è un capovolgimento vertiginoso: dove la convenzione vedeva in Pirandello il problema della rappresentazione, Ronconi ne sottolinea il vuoto di rappresentazione. Tutti – attori, personaggi, pubblico – stiamo sia in platea, sia in palcoscenico, creature di un universo non più unico e rassicurante nella sua certezza spazio-temporale. E che nella sua dimensione innaturale, virtuale può anche essere più autentico.
Anna Bandettini
«La Repubblica»
8 luglio 2012

Cosa significa recitare? Al lavoro con sedici giovani attori, Luca Ronconi mostra che si tratta di un processo complicato e insieme molto concreto: letture, prove, tentativi su come seguire le tracce del testo, come trasformarle con le tecniche della parola detta, come ripetere la battuta, come cercare l’intonazione giusta, come spezzare la linea della lettura grigia trovando contrappunti complessi e non necessariamente narrativi... In un lato della sala prove, lunga e rettangolare, completamente spoglia, seduto solo col testo e una matita a un tavolino che guarda il lungo tavolo dove gli attori prendono appunti e provano (attorno tanti curiosi, critici, amici, attori celebri venuti qui a vedere), il grande regista mostra come si può rompere quel modo omologato e standardizzato di stare in scena che assedia il teatro. «Prendi i tempi, devi essere più ossessiva che imperativa» insiste. «Esci da questa lamentosità: su, ripetiamo» dice martellando gli attori al di là di ogni dubbioso sconforto, portandoli giorno dopo giorno sempre più verso quel sottile equilibrio tra la condizione di saper analizzare un testo e il controllo della propria espressività. Questo itinerario creativo è da anni il momento centrale dell’attività del Centro Teatrale Santacristina, fondato e diretto da Luca Ronconi e Roberta Carlotto. Santa Cristina è un luogo doppio: una bella vallata, nascosta vicino Gubbio, in Umbria, aspra e fitta di boschi, difficile da raggiungere, e insieme un luogo di identità artistica profonda, dopo che nel 2002 le stalle dei vecchi casali sono state trasformate in sale prove e residenza per artisti che vogliono studiare, creare senza l’assillo di arrivare necessariamente a uno spettacolo (anche se qui ne sono nati di bellissimi) e fuori da regole mercantili di produzione. Una cosa anomala, un’esperienza insolita tra pedagogia e creatività che non ha paragoni in Europa. Da un biennio le sessioni di lavoro di Santacristina privilegiano il rapporto con le nuove generazioni, grazie anche a una fervida collaborazione con l’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico” di Roma diretta da Lorenzo Salveti. E quest’anno sono stati appunto sedici gli attori che hanno “vissuto” dal 25 agosto al 18 settembre al Centro, nove appena usciti dalla scuola, sette diplomati nel 2010, già partecipanti al laboratorio dell’anno scorso, che ora portano avanti il percorso. Tre i testi che hanno caratterizzato il lavoro di quest’anno, volutamente tutti italiani perché, dice Ronconi, «rispetto a un testo tradotto il lavoro sulla lingua è più preciso e chiaro». Soprattutto più diversificato rispetto alle diverse articolazioni del linguaggio drammaturgico. Come nel caso del Pilade di Pier Paolo Pasolini di cui il laboratorio ha affrontato solo alcune pagine. «Il testo di Pasolini è stato particolarmente interessante» spiega Ronconi «proprio dal punto di vista del lavoro sulla lingua. I giovani di oggi non hanno nessuna abitudine con un “linguaggio pubblico” e con temi politici. Sono più proiettati sull’io. Quando devono rivolgersi a qualcuno per ottenere qualcosa, ossia immaginarsi un interlocutore non complice, hanno difficoltà. Dunque mi è sembrato un buon esercizio metterli alla prova con una forma espressiva a loro estranea». Un altro tipo di sfida ha comportato il conturbante Amor nello specchio di Giovan Battista Andreini che Ronconi aveva già affrontato nell’87 proprio per un saggio dell’Accademia d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”, con l’esordiente Galatea Ranzi, e nel 2002 con Mariangela Melato e Manuela Mandracchia, anche qui a partire da un laboratorio di Santacristina. Il testo è una commedia del 1662, puro teatro barocco che dietro l’apparente leggerezza ha il gusto della minaccia, della sottile violenza. Dice il regista: «È una specie di enciclopedia di aberrazioni erotiche e anche di deviazioni psicologiche. Il cardine della commedia è un caso di narcisismo assoluto, una donna che è innamorata della propria immagine che vede allo specchio ed è chiusa a qualsiasi altra forma di contatto, amore e trasporto verso gli altri. Siamo di fronte a un’autoreferenzialità che appartiene anche al mondo giovanile di oggi. Mi sembrava interessante mettere a confronto dei giovani attori con qualcosa che conoscono e frequentano, ma in una chiave che ha venature di ironia insolite per loro». Assai più complesso, sul piano recitativo come su quello rappresentativo, il discorso sui Sei personaggi in cerca d’autore che è da considerare un vero work in progress su Pirandello per Luca Ronconi: lo studio sul testo avviato proprio a Santa Cristina nella sessione 2010, ora arrivato ad analizzare il secondo atto, è destinato a diventare l’anno prossimo uno spettacolo vero che lascerà di stucco molti spettatori. Dice Ronconi: «Ho l’impressione che, mentre negli Anni Cinquanta o Sessanta poteva essere naturale che il contesto di riferimento del testo fosse un certo tipo di teatro, quello del capocomico, del suggeritore, delle preoccupazioni di verosmiglianza, oggi quello sfondo non c’è più. Questo libera la commedia da ingombri e manierismi diventati insopportabili: penso a quel gioco del “teatro nel teatro” che è vecchio come il cucco, ma anche a tutto quel “ron ron” pseudoraziocinante tipicamente pirandelliano. Non sto dicendo che il testo è vecchio. Anzi, mi chiedo come possa una commedia che ha sulle spalle quasi cent’anni, funzionare ancora. Ma evidentemente l’interesse è un’altra cosa dalla metafora del teatro nel teatro: da quando la realtà virtuale fa parte delle nostre vite, la contrapposizione tra quello che è reale e quello che è immaginario non esiste più, ha perso significato». Con un colpo di genio, dunque, Ronconi ha lavorato sui Sei personaggi come fossero figure imprigionate nella mente di qualcuno, Pirandello come fosse Matrix, con un risultato sorprendente a giudicare dai primi momenti del lavoro di scena. Il punto di partenza è lo spazio di Santa Cristina: la sala prove semplice e spoglia. «Senza più palcoscenico, appare evidente che quei personaggi vivono nella mente di chi li ha creati, sono rappresentazioni della mente che non possono avere nessun tipo di concretezza» continua Ronconi. «Come in Matrix sono ossessioni dell’autore, chimere che stanno là, in quel cervello. Ed è penoso sentirsi prigionieri del cervello degli altri. È qualcosa di cui non ti puoi liberare. Questo è il dramma di Pirandello». Anche se lo spettacolo è ancora lontano, ogni prova a Santa Cristina ha tempi e concentrazione professionali: si lavora sei ore al giorno, o anche di più, in un clima sanamente conventuale. Si comincia la mattina, poi c’è la pausa tutti assieme nella grande sala da pranzo, poi di nuovo le prove. «C’è chi si compra una bella macchina o una barca. Io non avevo i soldi per comprarmi una barca, ma anche se li avessi avuti non l’avrei comprata, non è quello che mi piace» racconta Ronconi. «I miei interessi sono abbastanza circoscritti al lavoro del teatro, e quindi avendo uno spazio a disposizione mi sono detto: “Ma perché non destinarlo a una cosa del genere?” Non è una scuola di formazione. Da qui, per esempio, sono passati anche professionisti. Semplicemente è un luogo dove chi fa il nostro lavoro può essere interessato a dedicare tempo per provare, per verificare qualche cosa. Poi, se vengono, possiamo fare anche delle produzioni, come effettivamente è accaduto». A Santa Cristina è nato Peccato che fosse puttana nel 2003; qui c’è stato il primo abbozzo di I beati anni del castigo che poi è andato in scena molti anni dopo al Piccolo Teatro con Elena Ghiaurov; qui hanno visto la luce Itaca e l’Antro delle Ninfe per il progetto “Odissea: doppio ritorno” presentato a Ferrara nel 2007 e Un altro Gabbiano, che nel 2009 era nato come uno studio su Ibsen; fino al più recente La Modestia di Spregelburd, che ha debuttato a Spoleto la scorsa estate. Per i professionisti, ma soprattutto per i giovani freschi d’Accademia, sono occasioni di sperimentazione, che ridanno al teatro il suo valore contro la ridondanza mediatica che lo appiattisce. «Io lo dico sempre: se vuoi sfuggire alla piattezza della recitazione tradizionale la devi conoscere alla perfezione. Ti liberi solamente da qualcosa che conosci» dice il regista, nemico di ogni sciatteria. «Ma è chiaro che per fare un buon attore non basta la tecnica. Ci vuole anche curiosità. Facciamo l’esempio di Pilade di Pasolini: chiaramente quel testo fa riferimento a un momento storico che non è quello del mito ma quello di Pasolini, l’immediato dopoguerra. Ora io non chiedo a ragazzi che hanno 22 anni se si ricordano del dopoguerra, ma certo sarebbe un vantaggio se, attingendo ai ricordi dei genitori o dei nonni, sapessero di cosa si parla. Questa è la curiosità di cui parlo: non dico studi, ma attenzione a quello che accade fuori di te. Se uno non guarda gli altri, non cerca di appropriarsi dei modi di essere degli altri, difficilmente diventerà un bravo attore. Se il materiale è solamente quello che si tira fuori da se stessi...come dire, nessuno di noi è inesauribile. Gli altri, le persone, le situazioni, le storie, le vicende, sono il materiale che produce la ricchezza espressiva. E l’occasione di rinnovarci.L’attore che prende spunto solo da quello che ha vissuto rischia di restare legato solo a degli stereotipi». Considerare il teatro come espressione di un bagaglio personale, prima ancora che un mestiere, è uno dei miracoli di Santa Cristina, reso possibile anche grazie a un ambiente favorevole alla creatività: non solo per la meraviglia del paesaggio che si vede fuori dall’edificio, tra i boschi e i sentieri intorno, ma perché qui tutto è predisposto alla cura interiore di sé: i libri della biblioteca, i film raccolti nella videoteca, le occasioni di incontro e le opportunità di isolamento nel corso delle quali riempire il proprio bagaglio. «Molto spesso i giovani attori che arrivano qui sono universitari, non si può dire che non abbiano una formazione completa. Ma la formazione non è solo quello che si è imparato, è soprattutto il frutto delle esperienze già fatte e la curiosità che si ha di farne altre. Quando mi chiedono qual è la formazione ideale per un giovane attore, mi sento a disagio. Già la parola “formazione” è un po’ pericolosa. “Formazione” a quale teatro? Per me la vera formazione è il fare: lavorare con gli attori, condividere con loro delle esperienze, come facciamo qui a Santa Cristina. Esperienze attraverso le quali non so se si formano loro o se mi formo io».
Anna Bandettini
Pubblicazione del Centro Teatrale Santacristina, agosto 2011

Uno spettacolo così giovane, così nuovo, così ricco di pensiero scenico: quei movimenti, quelle traiettorie, quei corpi nello spazio. Nessuno aveva mai visto un Pirandello così dodecafonico. Da anni non vedevo un Ronconi così bello.
Franco Cordelli
«Corriere della Sera»
11 marzo 2013