L'uomo difficile

Traduzione:   Gabriella Bemporad

Scene:   Margherita Palli
Costumi:   Vera Marzot
Luci:   Sergio Rossi


Regista collaboratore:   Angelo Corti

Produzione:   Teatro Stabile di Torino

* Dopo le prime recite Luca Ronconi lascia il ruolo del Cameriere Lukas a Pino Patti

Prima rappresentazione
Teatro Carignano, Torino
23 maggio 1990

Foto / Bozzetti / Video

Le parole di Luca Ronconi


L'idea era di realizzare una prima stagione di approccio, nella quale io avrei conosciuto il pubblico torinese e il pubblico torinese avrebbe conosciuto me. Be', magari mi conosceva già... Insomma, un periodo di collaudo per saggiare le reazioni e costruire un rapporto. E com'è andata? Molto bene: l'operazione è riuscita. Ho presentato tre spettacoli (Strano interludio, Besucher e L'uomo difficile) che pretendono attenzione, intelligenza, desiderio di avvicinarsi a un teatro non noioso, ma certamente impegnativo. La risposta, con diversi livelli di gradimento, è stata soddisfacente. Credo che il mio lavoro sia stato compreso e accettato. Peraltro, il testo dell’Uomo difficile, ad esempio, era stato scelto proprio perché ritenevo si adattasse particolarmente, per la tesi e l'idea di civiltà che contiene, al gusto della platea torinese. Certo, ha anche una qualità di realizzazione un po ' superiore alla media... Una delle più piacevoli novità del suo arrivo è la costituzione di una compagnia di attori stabile. Ecco, sì, questo è uno dei punti più importanti del mio progetto e fino a ora ha dato buoni frutti. Del resto si tratta dì una compagnia validissima che sebbene sia composta in gran parte da attori giovani è riuscita a fornire un rendimento costante ad alto livello. Promessa mantenuta, quindi. Il prossimo anno lavorerò con altri attori, anche più giovani, per creare una sorta di laboratorio. Ma non si equivochi il termine 'laboratorio ': non ha a che fare con il teatro sperimentale, nè sottintende uno stile di rappresentazione. Indica una pratica di lavoro, tutto qui.
Intervista di Clara Caroli
«La Repubblica»
8 giugno 1990

Quali sono le maggiori difficoltà che ha incontrato nella realizzazione del testo?
Non ho voluto fare psicologismi nè servire 'minestrine' spiritose. Ho voluto evitare il rischio dell'evanescenza, sempre in agguato se si recita Hofmannsthal. Ho aiutato gli attori a mettere a fuoco, sotto ogni parola, comportamenti e situazioni. Li ho aiutati a trovare la sostanza sotto il merletto. Un lavoro pazzesco perché qui anche una piccola parte è importante. Per fortuna ho con me un gruppo di attori che non si accontenta, che ama cercare.
Intervista di Maria Grazia Gregori
«L'Unità»
6 maggio 1990

Una scrittura come questa non ammette la recitazione di Strano interludio né la conversazione di tipo anglosassone. Strano interludio ha un linguaggio brutale, L'uomo difficile un linguaggio raffinatissimo, ricco di sfumature e di passaggi sottilissimi. E tuttavia la nostra recitazione sarà ancora artificiosa, poiché non esiste recitazione naturale. La cosiddetta colloquialità è uno stile che imita il modo di recitare in tv, in Inghilterra, in Francia. Uno stile italiano non c'è, c'è una recitazione napoletana. E allora bisogna vedere che rapporto si crea tra l'artificio e il testo che recitiamo, l'unico punto vero è capire se l'artificio che scegli è appropriato o no.
Intervista di Osvaldo Guerrieri
«La Stampa»
6 maggio 1990

Rassegna Stampa

dal "Patalogo 13" (Ubulibri, Milano, 1990) 

per gentile concessione della Associazione Ubu per Franco Quadri 

 


'Com'è bello avere un programma, allora tutte le cose ingranano', dice nel secondo atto dell'Uomo difficile la sorella fiduciosa del protagonista. Vorrei riferire la battuta alla creativa stagione de Teatro Stabile di Torino ora che, giungendo a conclusione, più nitidamente rivela le concatenazioni di una progressiva indagine nella drammaturgia di un secolo a caccia d'identità: a ritroso, toccando problemi del comunicare e della realizzazione indi viduale, da una Berlino ancora divisa dal Muro, a sogno americano tormentato dai complessi di col pa di O'Neill, alla Vienna dell'impero in crisi, oggetto di questa puntata.
Franco Quadri
«La Repubblica»
25 maggio 1990

A dar voce e modi al vecchio servitore di Buhl, 'l'uomo difficile', è niente meno che Luca Ronconi, regista della commedia di Hugo von Hofmannsthal. Ride Ronconi un po' divertito e impacciato, all'idea che qualcuno rivedendolo in scena dopo tanti anni (ne sono passati ventitre, dal giorno in cui sostituì per qualche sera un attor giovane nella Torre, sempre di Hofmannsthal) dirà inevtabilmente: 'Anche lui, come Strehler!'. Si schernisce ('Solo qualche battuta, nel primo atto'), quasi scusandosi di aver ceduto alla tentazione per amore della commedia: 'È Lukas a presentare 'L'uomo difficile': e in una così bella distribuzione del cast, non si trovava disponibile un interprete all'altezza della parte e della compagnia’.
Silvia Del Pozzo
«Panorama»
20 maggio 1990

La prima scena fra i due camerieri, con Mauro Avogadro che recita 'alla Ronconi' con lenti movimenti stilizzati e Ronconi stesso (nel ruolo di Lukas), che recita in maniera tradizionale, è una meraviglia (a proposito, quanto è più bravo Ronconi come attore dell'altro grande regista del teatro italiano!).
Guido Almansi
«Panorama»
10 giugno 1990

Tra le partecipazioni straordinarie non va dimenticato il suggello affettuoso di Ronconi, che nella parte del servo Luca, custode dell'antico cerimoniale, è forse un po' troppo ronconiano, più regista che maggiordomo.
Franco Quadri
«La Repubblica»
25 maggio 1990

Questo suo incontro con L'uomo difficile, se non sbaglio, ha avuto lunghe premesse. Da anni Ronconi me lo proponeva, dicendo che mi trovava ideale per la parte. Ho accettato soltanto ora perché è capitata la fortunatissima occasione di una compagnia così importante dove attori dì grido si prestano a far partì non da protagonisti: requisito indispensabile per un testo in cui anche i piccoli ruoli vanno distribuiti in maniera degna. Compagnia cui lei appartiene? No: io sono affettivamente, emotivamente, ideologicamente legato alla compagnia, ma non ne faccio parte integrante: mi considero in prestito, per gentile concessione del Teatro Eliseo. E stato un incontro quasi inevitabile: in Italia, dove queste cose capitano così di rado, è giusto che quelle poche forze che fanno un discorso di qualità, di impegno e dignità professionale operino insieme.
Umberto Orsini (Intervista di Donata Gianeri)
«Stampa Sera»
7 maggio 1990

Vorrei che le prove non finissero mai, con un regista come Luca sono il momento più esaltante. Ho compreso il disagio in cui vive il mio personaggio, che in realtà non è un sopravvissuto, ma un già morto, che vive nella confusione e non riesce ad avere il controllo delle sue azioni come delle sue parole. La battuta chiave del dramma è 'le parole sopiù un piccolo gruppo di attori coccolato da una regione, ma un folto gruppo di attori che diventerà parte del tessuto teatrale di una grande città europea. Tutto ciò rappresenta un momento molto importante sia per Torino che per noi.
Annamaria Guarnieri (intervista di Donata Gianeri)
«Stampa Sera»
21 maggio 1990

Il lavoro di Ronconi, qui giunto a un grande traguardo di lucidità ironica e comica festosità, è il pegno di una scommessa vinta. Ma quel lavoro non non può non farci riflettere ancora, settant’anni dopo la prima di quest'opera.
Ugo Volli
«Grazia»
3 giugno 1990

Nel mettere in scena questo capolavoro del teatro novecentesco per lo Stabile di Torino, Ronconi ha compiuto una serie di 'mosse tonali' che vanno dall'ambiente al gesto, dalla postura dell'attore al ritmo delle battute. Era importante non solo delineare il carattere del protagonista e del suo mondo, ma rendere percepibile la sua trasformazione nell'arco della commedia. Cosi si passa dalla compiutezza perfetta del primo atto alla sovraeccitazione del secondo e alla concitazione comica del terzo atto.
Maurizio Grande
«Rinascita»
10 giugno 1990

Ma proprio il meccanismo della commedia 'di conversazione' viene scardinato dall'insistito ritornare del protagonista sull'impotenza della parola, che si manifesta già nell'orrore per una comunicazione telefonica o nel rifiuto di tenere un discorso in parlamento: fino a proclamare apertamente l'indecenza' della parola. E a far risaltare questo suo punto di vista c'è, beninteso, il coro di chi al potere della parola ci crede fin troppo, a cominciare dalla sorella petulante e intrigona (Marisa Fabbri), indiscreta per metodo, tutta entusiasmi e palpiti nel bisogno di programmare la vita altrui.
Gianni Manzella
«Il manifesto»
25 maggio 1990

È un virtuosistico esercizio di stile quello messo in scena da Ronconi: un esercizio di stile che, pebuffo e inquietante andamento verticale) la stupenda 'chiacchera', la conversazione implacabilmente e, se così si può dire, eroicamente frivola in cui il senso della commedia si manifesta e al tempo stesso si nega, si nasconde, hanno una continuità e una fluidità ammirevoli.
Giovanni Raboni
«Corriere della Sera»
25 maggio 1990

Umberto Orsini, folgorato da uno di quegli incontri che segnano la carriera di un attore, tanto coinvolto nel profondo da recitare con le spalle, spesso rivolte al pubblico, col silenzio, coll'immobilità, pronto peraltro a ogni minimale mutamento di espressione, trascorrendo dal balbettio all'affannata accelerazione delle frasi, rivelando d'un tratto negli occhi una disponibilità infantile, lineare nel suo dire senza dire come nel suo non dire dicendo, anche quando l'obliquità insistita di una posa o uno scarto della voce secca lo conducono fuori dalla sua stilizzata naturalezza, per esempio su un piedistallo da monumento. Forse la suggestione del testo contribuisce a rendere così ardua la ricerca delle parole per dar conto di un'interpretazione, ma la perfezione dello spettacolo è verificata dalla necessità di ricorrere per descriverlo alle battute a cui ogni suo dettaglio viene riferito, a partire dalla figuratività.
Franco Quadri
(cit.)