La modestia

Autore:   Rafael Spregelburd
Traduzione:   Manuela Cherubini

Scene:   Marco Rossi
Costumi:   Gianluca Sbicca
Luci:   A.J. Weissbard

Personaggi - Interpreti:
Angeles, Anja - Francesca Ciocchetti
Maria Fernanda, Leandra - Maria Paiato
Arturo, Smederovo - Paolo Pierobon
San Javier, Terzov - Fausto Russo Alesi

Assistente alla regia:   Girogio Sangati
Direttore di scena:   Angelo Ferro
Delegate di produzione:   Claudia Di Giacomo, Maria Zinno


Progetto e realizzazione Santacristina Centro Teatrale

Produzione a cura di Roberta Carlotto


Prima rappresentazione
Teatro Caio Melisso, Spoleto (Pg)
24 giugno 2011

Foto / Bozzetti / Video


Rassegna Stampa

Va detto di come e quanto il regista si adoperi per rendere giustizia al testo. Che espunto da un’Eptalogia ispirata alla tavola dei sette vizi capitali di Hyeronimus Bosch, punta i riflettori sulla modestia, peccato contemporaneo fatto corrispondere all’antica superbia. Conquistato dall’impudenza drammaturgica di Spregelburd, Ronconi commissiona ai suoi attori – Maria Paiato, Fausto Russo Alesi, Francesca Ciocchetti e Paolo Pierobon – uno slittamento sistematico di orizzonti, ruoli e scopi, onorando l’eterna “fuga” di un teatro incapace di unicità.
Rita Sala
«Il Messaggero»
25 giugno 2011

All’inizio i sette testi dell’Eptalogia dovevano essere brevi, ma poi, proprio dalla Modestia in avanti il materiale è lievitato fra le mani di Spregelburd e sempre più i suoi lavori si presentano come ipertrofici e mettono a dura prova i realizzatori per le scene che si svolgono spesso in contemporanea, gli attori che entrano ed escono dai panni di un personaggio per entrare in un altro, la presenza di fantasmi, naturalmente senza catene, ma molto domestici, da tinello, cosicché è difficile capire che di fantasmi si tratta, lo straniante criterio di spazio e tempo totalmente saltati che mette a rischio anche l’intelligenza della trama. “Ma non è la trama importante”, avvisa Luca Ronconi: “La trama di Spregelburd è sempre nascosta. Quel che conta è il nesso sotterraneo fra storie parallele, la schizofrenia dell’umanità contemporanea, la bilocazione permanente dei personaggi rispetto a se stessi e al mondo”. […] E veniamo alla faccenda del “Pinter argentino” definizione che non convince, per esempio, Ronconi: “Pinter si rivolge a un pubblico che riconosce i codici tradizionali del teatro, Spregelburd li sovverte come autore di un’epoca in cui i vecchi riferimenti sono saltati e la realtà è insieme globalizzata e frammentaria come mai prima, in cui Male e Bene si confondono ma coerentemente coi tempi, c’è un atteggiamento non disperato ma ludico”.
Sandra Petrignani
«Il Foglio»
25 giugno 2011

La modestia è composta da 18 scene e alternativamente ognuna di queste è ambientata in Argentina o in un Paese dell’Est europeo, e i quattro attori protagonisti fanno parte di tutte e due le storie, assumendo a rotazione due identità nei cui panni entrano ed escono di continuo senza mutare (tranne un vistoso caso) l’inflessione, senza differenziarsi d’aspetto, senza che la scena cambi (salvo lievi macchinerie), senza che vi sia una cesura quando si passa dal Sud America all’Europa orientale e viceversa. Addio psicologie, interiorità dei personaggi, enfasi in progresso della trama. Tecnicamente parlando, è come fare zapping con due rappresentazioni avendo l’agio di non perdere nulla (o quasi) di una vicenda quando si è sintonizzati sull’altra. Ronconi sa che gli scarti continui mettono a durissima prova il baricentro degli attori, e che l’avvicendamento rende a tratti impegnativo il compito del pubblico, ma gli danno ragione la società oggettivamente dispersiva in cui viviamo, e il bisogno di uno stimolo da dare a spettatori passivi. […] Il quartetto degli attori è da seguire per le metamorfosi lievi, per la recita dei cechovismi abietti o di spregiudicatezze romanzesche, e, una volta tanto, non per la bravura in questa o quella parte. Merito di Ronconi, che ha creduto a questa drammaturgia matematica di frantumi alla deriva, come lo è la nostra esistenza.
Rodolfo Di Giammarco
«La Repubblica»
25 giugno 2011

Come tante volte gli è successo nella sua mirabolante storia artistica, Ronconi, il “patriarca” del teatro italiano, usa questo testo che si presenterebbe quasi come realistico, costruito e infarcito di piccoli fatti quotidiani, per innervarlo di una virtuale carica sperimentale. E darci, lungo le quasi tre ore initerrotte del racconto, una serie di visioni che ci proiettano come spettatori nel futuro, mentre maciniamo quel buoio ruminante che costituisce il nostro presente. […] Ronconi ha immaginato quell’ambiente modesto dalle pareti gialle e verdi, come un vero scacchiere del mondo. E ha spinto gli attori a un tour de force straordinario quanto teso. I quattro si rivelano semplicemente unici, intenti in ogni momento a conservare la modestia programmatica del titolo, vero propellente per situazioni esplosive che ad ogni mossa fanno deflagrare tutti gli equilibri, legami, accordi, poteri (o contropoteri) prestabiliti. Francesca Ciocchetti e Maria Paiato, Fausto Russo Alesi e Paolo Perobon danno corpo a una pericolosità sociale che non è quella di cui parlano, ma che sta proprio nel loro senso dell’io, seppure rivestito di remissiva e apparente disponibilità. Ognuno diverso nella caratterizzazione, eppure tutti accomunati nello spasmo di una scommessa vitale. Un lezione di moralità (antico fondamento del teatro), da loro come da Ronconi e da Spregelburd, che può continuare a rovellare lo spettatore anche dopo che lo spettacolo si è concluso.
Gianfranco Capitta
«Il Manifesto»
26 giugno 2011

Davanti a un testo così, che chiede di essere esposto e non sviscerato, un regista cartesiano e di splendido mestiere come Luca Ronconi va a nozze, bastandogli assecondare con appena qualche tocco di fantasiosa ironia le doppie prestazioni di Francesca Ciocchetti, Maria Paiato, Paolo Pierobon e Fausto Russo Alesi, tutti eccellenti, come sempre gli attori in un tipo di dramma dove si mostra solo la superficie.
Masolino D’Amico
«La Stampa»
26 giugno 2011

Ronconi si cala in questa materia stratificata – vagamente labirintica, come piace a lui – con un approccio davvero illuminante. Senza mai sovrapporre al testo una propria personale interpretazione, ne segue i vari piani, li asseconda, li chiarisce, li conduce non a un significato univoco, che la pièce non consentirebbe, ma pur sempre a un finale di senso compiuto. Lo spettacolo è bellissimo, intellettualmente avvincente. E gli attori sono di una bravura persino mostruosa nel dare vita a quei loro personaggi bifronti.
Renato Palazzi
«Il Sole 24 ore»
26 giugno 2011