Orestea


Prima rappresentazione
Filmskijgrad Atelier 3 (BITEF), Belgrado
20 settembre 1972

Foto / Bozzetti / Video


Rassegna Stampa

La “monumentale” Orestea: sette ore di viaggio alle origini della tragedia, alla ricerca del "rito perduto". [...]
Motivo essenziale della tragedia è proprio il progressivo trasformarsi del mito e del senso dei miti, sia all’interno dell’opera di Eschilo, che nella relazione tra questa e le diverse epoche. [...]
Bloccata al debutto romano “per la pretesa insicurezza del complesso di ascensori incorporato”, l’Orestea trionfa al Bitef di Belgrado nell’estate del 1972, dove vince il primo premio ex aequo con il Torquato Tasso diretto da Peter Stein, superando Yerma di Victor García e il Sogno di una notte di mezza estate di Peter Brook: Ronconi è in prima fila tra gli artisti che in quegli anni stanno rivoluzionando la regia e l’idea stessa di teatro. Come in tutti i miei precedenti lavori, invece di puntare su una visione univoca del testo, preferisco organizzare lo spettacolo (e del resto è la lettura del testo stesso a suggerirlo), sulla compresenza di diverse interpretazioni: l’opera di Eschilo non viene considerata un blocco monolitico, ma, secondo il principio di discontinuità, un insieme disuguale che dia luogo a uno spettacolo scrupolosissimo, rispettoso del testo stesso ma fatto di tanti prismi, di dissimili frammenti, destinati a ricostruirsi in un tutto alla fine nella mente dello spettatore.
Questa attenzione puntuale al testo – o meglio, a ogni singola battuta e parola, contro una lettura ispirata a un senso unificante dell’intera opera – è da sempre una delle caratteristiche del suo approccio al teatro di interpretazione. Il regista non è più il garante della coerenza e dell’organicità dell’opera, un partito preso destinato inesorabilmente a risolversi in un allestimento in cui i diversi piani (recitazione, gesti, scena, costumi, luci, musiche, luci, eccetera) vengono più o meno forzosamente armonizzati in una cornice unitaria. Al contrario, il regista e i suoi attori amano lavorare sulle zone d’ombra, sulle contraddizioni interne, sulle linee di frattura del testo e della rappresentazione, cercando di mantenere viva e pulsante la molteplicità (contraddittoria, irrisolta) dei significati. Come spesso accade in Ronconi, una lettura di questo genere impone quasi immediatamente l’invenzione di uno spazio; o meglio, di una serie di spazi. L’Agamennone è intuito in uno spazio ancora magmatico, una zona cosmica, pressoché siderale; nelle Coefore l’azione si restringe entro l’ambito delle mura di una casa; mentre le Eumenidi vanno a situarsi nelle vie di una ipotetica città, preistorica come futura.
Franco Quadri
"Il rito perduto", Einaudi, 1973

dal "Patalogo 22"

E' l'ora zero per i registi sulla quarantina che rivoluzioneranno lo spazio teatrale negli anni '70 e tendono a confrontarsi con le origini, quando il teatro aveva una necessità. Ronconi punta sui greci e comincia dall'Orestea, affrontandola come un testo di cui s'è perduta ogni tradizione nterpretativa: gl'interpreti all'inizio vagano in un mondo informe simile alla preistoria del 2001 di Kubrick, balbettando brani di parole di cui non afferrano più il senso. Il fluire del tempo li porta da Agamennone in uno spazio ancora magmatico, una zona cosmica quasi siderale, in cui il coro disperso è protagonista assoluto e i personaggi assumono consistenza divina, alle Coefore ambientate naturalisticamente dentro le mura di casa, mentre le Eumenidì si situeranno in un'ipotetica città preistorica o futura, di fronte a una classe politica socialdemocratica che succede allo stato teocratico e poi al matriarcato oligarchico. Attraverso il sillabare stentato di un linguaggio ignoto e aspro che trova la sua più alta espressione nella Clitemnestra di Marisa Fabbri, in un tempo chilometrico (oltre otto ore) che affida la comunicazione a un linguaggio subliminale, emerge implacabile il senso del tempo, mentre trascorrono le civiltà e la nuova religione di Apollo entra in Grecia portata dalla sacerdotessa Cassandra (Mariangela Melato). Il pubblico si trova in stretto contatto con l'azione che però non potrà mai abbracciare globalmente nel complesso impianto ligneo quadrangolare creato da Enrico Job: tre lati di gradinate attorno a un doppio piano scenico in movimento con un'altalena bilanciabile al piano inferiore e un doppio di ascensori che lo collega a quello sovrastante; sul quarto lato s'apre una grande porta alla quale s'affaccerà la ripida scala per la discesa di Clitemnestra, preceduta da una calata di terra, e da cui alla fine si scorge una simbolica Atene popolata di uomini manichini. Sarà l'audacia del contenitore a provocare difficoltà burocratiche alla circolazione in Italia dello spettacolo nato il 20 settembre al Bitef di Belgrado e dovunque acclamato all'estero.
Franco Quadri