Peccato che fosse puttana

Autore:   John Ford
Traduzione:   Luca Fontana

Scene:   Marco Rossi
Luci:   Guido Levi
Suono:   Daniele D’Angelo
Musiche (a cura di):   Paolo Terni

Cast versione 1

Personaggi - Interpreti:
Frate Bonaventura - Giovanni Crippa
Cardinale - Vladimiro Russo
Soranzo - Simone Toni
Donato - Michele Nani
Grimaldi - Mirko Soldano
Giovanni - Luciano Roman
Bergetto - Raffaele Esposito
Ricciardetto - Sergio Leone
Vasques - Riccardo Bini
Poggio - Stefano Corsi
Annabella - Laura Pasetti
Ippolita - Pia Lanciotti

Cast versione 2

Personaggi - Interpreti:
Frate Bonaventura - Antonio Zanoletti
Cardinale - Vladimiro Russo
Soranzo - Raffaele Esposito
Florio - Luciano Roman
Donato - Michele Nani
Grimaldi - Stefano Moretti
Giovanni - Francesco Martino
Bergetto - Simone Toni
Ricciardetto - Sergio Leone
Vasques - Giovanni Crippa
Poggio - Stefano Corsi
Annabella - Nicola Russo
Puta - Riccardo Bini




Prima rappresentazione
Teatro Farnese, Parma
22 giugno 2003

Foto / Bozzetti / Video


Rassegna Stampa

dal Patalogo 26 (Ubulibri, Milano, 2003) 

per gentile concessione dell'Associazione Ubu per Franco Quadri


Era logico per Peccato che fòsse puttana arrivare a una rappresentazione a Parma, dove John Ford ambientò la tragedia nel 1633, e che questa si svolgesse proprio nel Teatro Farnese ricostruito da Luchino Visconti come scenografia per la sua messinscena parigina con Alain Delon e Romy Schneider. Ed era giusto che la dirigesse Luca Ronconi, dopo aver modellato per anni i suoi spettacoli sulla magica pianta di questo tempio ora solo parzialmente fruibile, ma ben usato dalla scena di Marco Rossi, sbilenca e distesa a più livelli di materiali lignei che ricordano le strutture di quel teatro seicentesco, riunendo, come nel Candelaio, una serie di portali orizzontali forniti di saliscendi tra aerei balconi: ma questi tronchi a volte sanguinano. [...]
Si è dissipato nel tempo l'odore di scandalo di questa storia sanguinosa di un incesto, esaltato da alcuni come segno dì libertà e di rivolta, a anche bandiera del teatro della crudeltà. Aldo Trionfo ne fece un'edizione estremamente poetica nel 1989, un mese prima di morire, in cui il duo degli amanti-fratelli si manifestava come un "io diviso" ma inscindibile, incarnando il soggetto che vive la rappresentazione, appartato come Amleto e interrogandosi sulla propria identità come Peer Gynt, per continuare a vivere il loro lungo flashback in mezzo al coro dei 'non diversi', anche dopo l'eccidio finale.
Franco Quadri
«La Repubblica»
20 giugno 2003
Ma si tratta di mere variazioni sul tema, non di contrapposti disegni registici, come se a Ronconi fossero rimaste più domande da rivolgere al testo di quante non siano le risposte che vi ha trovato, come se una sorta di inconfessata sfiducia nei confronti del dramma lo avesse portato a rifugiarsi nel sottile esercizio esemplificativo.
Renato Palazzi
«Il Sole 24 Ore »
29 giugno 2003
Qui la spoliazione dei ruoli scopre la sostanza velenosa e alchemica che sta sotto ai nostri comportamenti sociali, come quel sangue vivace e vellutato che al Farnese sembra sgorgare copioso (piuttosto che dai cuori infranti) direttamente dalle pietre della storia. Il teatro serve a capire il teatro, ci suggerisce Ronconi, ma noi capiamo che può essere utile anche a intravedere qualcosa anche sotto alle più radicate apparenze.
Gianfranco Capitta
« Il Manifesto»
28 giugno 2003
Tra l'una e l'altra versione non c'è gran differenza; con il tempo, con l'abbattimento delle sessualità, e con quella delle differenze di età che ne consegue, cresce l'ambiguità: chi perseguita chi? Ma, ahimé, a questa domanda c'è una sola risposta: non ce ne importa niente. L'ermeneutica di Ronconi non mi pare, in questo caso, una buona ermeneutica. Essa è speciosa, capziosa. [...]
Ciò che, alla prova dei fatti, risulta è una informe figura, senza anima. A volte Ronconi si salva con la ragione, più raramente con il suo moderno, veloce, sentimento della vita. Qui adotta il famoso stile internazionale, inespressivo, risvolto triste di tanto compiaciuto affondare del nostro teatro nel dialetto. Gli stessi interpreti, meno nella seconda versione, tutta al maschile, in cui vi è più energia e quindi più chiarezza, scivolando nella trappola degli eccessi e delle sottrazioni che fanno di Peccato che fosse puttana un bizzarro spettacolo di involontaria avanguardia.
Franco Cordelli
« Corriere della Sera»
27 giugno 2003
Del resto i due spettacoli sono letture più attente che ispirate del groviglio di storie che si intersecano, affascinate dalla specularità delle geometrie, pedanti nello spiegare a rischio di soffocare la fantasia, con una ricerca interpretativa più approfondita nella prima versione. La seconda serata concede di più agli spunti giovanili, ma se cura le immagini pecca di ripetitività e non approfondisce abbastanza la recitazione che tende all'esercitazione scolastica a tratti, come rivela, tra gli altri, l'Annabella di scarso risalto di Nicola Russo. Ma se questa produzione realizzata dal ParmaTeatroFestival col Centro Santacristina vuol porre davvero le basi per una nuova scuola, i sentimenti, caro Luca, sarebbe ora di toglierli dal freezer.
Franco Quadri
«La Repubblica»
20 giugno 2003