Prometeo incatenato

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Le parole di Luca Ronconi


Rassegna Stampa


E' una poderosa trilogia quella montata da Luca Ronconi per il Piccolo Teatro, riportandoci agli anni 70, in cui il regista si misurava intensamente con la grecità, dall'Oresteaalla aristofanesca Utopia alle Baccanti di Prato e di Vienna, anche se mutano gli attuali presupposti. Allora s'indagava infatti sulla necessità di affrontare il teatro delle origini e valutarne il senso, oggi si tratta di scavare nei contenuti di tre testi che mettono a confronto il divino e l'umano e di spingerne l'interpretazione aldilà della società e della religione che vi hanno dato spunto. Compaiono solo dèi o semidei nel Prometeo incatenato di Eschilo, dove il Titano ribelle che ha dato il fuoco e quindi una civiltà agli uomini, inchiodato per secoli a una roccia, viene visitato dagli scherani di Zeus che l'ha punito e continua a perseguitarlo, ma anche da Io, la figlia di Oceano trasformata in vacca per essersi rifiutata alle voglie del tiranno dell'Olimpo, di cui Prometeo annuncia la caduta. Nelle Baccanti di Euripide invece un dio solitamente gioioso come Dioniso scende sulla terra per affermare il proprio culto seminando crudeltà e distruzioni, e poi nelle citate Rane, ormai desacralizzato ma memore della propria vocazione per il teatro, prosegue il suo girovagare, cercando tra gli autori dei testi precedenti un poeta da riportare in vita dall'Ade, dove incontra un'umanità emancipata ma piena di problemi. Coerente nel condurre un discorso sorprendentemente unitario, il regista rinuncia ad arricchire di scenografie il Teatro Greco e si limita a chiedere a Margherita Palli l'aggiunta di alcuni lastroni di pietra alla distesa dei ruderi cimiteriali dell'antica 'skenè', in una disposizione che ricorda l'impianto del Candelaio. Nella prima tragedia però qualche ripiano è invaso dall'acqua per mettere a suo agio il coro delle Oceanine, mentre sul grezzo torrione di destra campeggia enorme, drammatizzando una vana lotta contro il fato, uno statuario colosso morente piegato sui ginocchi, forse a ricordare il vecchio Crono; e in un incavo del suo capo giace in catene per i novanta minuti della prima giornata il Titano di un grande Franco Branciaroli, maestro nel modulare dal sussurro al tuono la potenza di una voce dolente e vendicativa al microfono, strumento protagonista della trilogia, contraltare ai rumori del traffico che inquinano lo spazio monumentale, dilatati per l'occasione. E su tutto si ergono due gialle gru, usate per sollevare spettacolarmente nell'aria e deporre a destinazione personaggi e dèi ex machina, o meglio i loro stuntmen regolarmente applauditi. La sonorità concreta, regolata come le rare sottolineature musicali da Paolo Terni, domina nelle Baccanti il nitido affresco di una città in preda alla nevrosi del cambiamento, invasa com'è da asiatiche sette deliranti, che contagiano con le loro chimere la godibile follia senile di antichi saggi quali l'ex-re Cadmo di Werner Bentivegna e il Tiresia di Luciano Virgilio, mentre il dio da loro esaltato aggiusta le cose seducendo il re ragazzo sensitivamente inventato da Giovanni Grippa, e facendolo straziare bestialmente con un atto mostruoso dalla madre Agave, di cui una raggelata Galatea Ranzi incarna il tremendo risveglio. L'immagine disperata e viva di questa Tebe allo stremo prelude alla città dei morti che ne diviene lo specchio sotterraneo e degradato nelle Rane, dove non manca la nota poetica del bianco lieve coro deglLiniziati stesi al suolo a riecheggiare riti lontani, tra auto bloccate in un eterno ingorgo usate a mo' di case come in Utopia, mentre si auspica una pulizia morale dai governanti con ripetute invocazioni che l'allusione vignettistica a manifesti elettorali di nostri politici avrebbe spiritosamente ravvivato nello spirito dell'autore, senza il precipitoso ossequio della produzione a una incredibile censura del potere. Ed ecco il superlativo Massimo Popolizio, che era già stato un Dioniso magnetico e spietato nelle Baccanti, gonfiarsi da Falstaff e concedersi a un romanesco da personaggio pasoliniano, creando un dio da strapazzo con Antonello Fassari in veste di spalla in uno sconclusionato vagare per gl'Inferi, chiuso dall'esilarante sfida tra l'Eschilo di Grippa e l'Euripide di Riccardo Bini, appesi a una bilancia aerea o costretti a recitare su un tavolo la parodia delle proprie opere, logico punto d'arrivo di un trittico che gira così brillantemente su se stesso. Certo questa tregiorni di teatro emozionante e profonda, è anche una grande mostra di attori, in parte già nominati, ma senza dare la dovuta attenzione alla sagra dei carnei: in primo luogo i messaggeri di Massimo De Francovich e Luciano Roman, anche corifeo, la spiritosa rana verde da cabaret di Annamaria Guarnieri, l'applauditissima Io di Laura Marinoni...
Franco Quadri
«La Repubblica»
7 giugno 2002